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il codice doganale dell’unione e le zone franche

12 settembre 2013

il codice doganale dell’unione e le zone franche

Dal nuovo blog.

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ecco la zona franca di gioia tauro

11 aprile 2010

Autorizzata dall’Agenzia delle Dogane il 1° agosto 2003, la Zona Franca di Gioia Tauro, zona franca doganale “non interclusa” ai sensi dell’art.168 bis del Codice Doganale Comunitario approvato con Reg. CEE n.2913/92, modificato dal Reg. CEE n.2700/2000, è finalmente nella lista delle zone franche notificate dagli Stati Membri alla Commissione Europea.

Qui l’elenco: http://ec.europa.eu/taxation_customs/resources/documents/customs/procedural_aspects/imports/free_zones/list_freezones.pdf .

Altra fonte: http://www.confindustriavv.it/generale/il-porto-di-gioia-tauro-zona-franca.html .

( rocco.iemma@tin.it )

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zone franche urbane in calabria, un pò d’ordine

19 novembre 2009

Ho letto con estremo interesse le considerazioni di alcuni autorevoli  esponenti della politica, della cultura e dell’associazionismo di Reggio Calabria e della sua Provincia sulla ormai prossima attivazione delle Zone Franche Urbane in Calabria.

La firma degli accordi di impegno reciproco tra Comuni e Governo, con la contemporanea approvazione del dispositivo da parte della Commissione Europea, ha risvegliato l’attenzione per questa misura agevolativa anche laddove, come nella nostra Città e nella nostra Provincia, l’argomento era ormai quasi clandestino e, forse, colpevolmente snobbato.

Questa è di certo una buona notizia.

Credo però che possa essere utile, senza entrare nel merito dei significativi interventi di questi giorni, specificare alcune questioni tecniche e ordinare alcuni dati storici, nella speranza che il dibattito locale prosegua diffusamente e onde evitare che le posizioni di parte, geografica o politica che sia, condizionino tanto il giudizio sul passato quanto le future ipotesi di lavoro.

1)        Le Zone Franche Urbane, istituite con Legge Finanziaria 2007 come modificata dalla Legge Finanziaria 2008, possono essere individuate, per legge e per disposizioni attuative, solo in aree infracomunali, quartieri e circoscrizioni con un minimo di 7500 abitanti e un massimo di 30000, di Città con un numero di abitanti non inferiore a 25000.

Ciò esclude, tecnicamente, e lo escludeva già nel 2007, che una Zona Franca Urbana possa contare oltre 30000 abitanti, o corrispondere a un intero territorio comunale magari con meno di 25000 abitanti, o coincidere con un territorio sovracomunale, aggregazione di comuni, Provincia o Regione che sia.

2)        Si tratta di aree minime all’interno delle quali si applicano esenzioni e agevolazioni fiscali e contributive, variamente graduate nel tempo, a favore di micro e piccole imprese,  nuove (secondo le simulazioni del Ministero dello Sviluppo Economico, tra 500 e 1000 in tutto) o già esistenti, allo scopo di risollevare le sorti socio-economiche di zone urbane degradate e particolarmente svantaggiate rispetto al territorio circostante, ovunque esse si trovino, al nord come al sud dell’Italia.

Ciò esclude, a mio avviso, che le Zone Franche Urbane possano essere concettualmente ricollegate allo sviluppo dei commerci marittimi (la Zona Franca portuale è altra cosa) o direttamente (indirettamente invece sì) finalizzate allo sviluppo regionale e del Mezzogiorno, essendo semmai (ma non per questo meno importanti) misure per la coesione e l’inclusione sociale e per la riqualificazione urbana.

3)        I criteri per l’individuazione delle Zone Franche Urbane e le modalità di proposta sono stati stabiliti da una delibera del Cipe del gennaio 2008, pubblicata a giugno dello stesso anno.

Ciò esclude, ancora sotto il profilo tecnico, che prima di quella data si potessero individuare o assegnare formalmente (forse politicamente sì, ma questo è un altro discorso) Zone Franche Urbane, non essendo noto chi, come e in base a quali criteri e con quali modalità dovesse o potesse proporre e selezionare le aree.

4)        Ad ogni modo, la citata delibera prima e una circolare del Ministero dello Sviluppo Economico poi hanno stabilito che era compito dei Comuni, e solo dei Comuni, di quelli che ne avevano i requisiti, proporre l’istituzione di una Zona Franca Urbana su parte del proprio territorio, da individuare secondo criteri e indicatori statistici prestabiliti; alle Regioni spettava di valutare l’ammissibilità delle proposte, ovviamente solo di quelle pervenute, e di stilare una graduatoria in base alla bontà del progetto e al disagio socio-economico; toccava infine al Cipe e allo stesso Ministero di approvare le decisioni delle Regioni (per un massimo di tre Zone Franche Urbane per Regione) e di distribuire le risorse disponibili a copertura delle esenzioni.

Ciò esclude, ancora, che la Regione Calabria potesse assegnare Zone Franche Urbane prima o in assenza della proposta, sempre se ammissibile, di un Comune.

In Calabria, hanno formulato proposte entro i termini (21 luglio 2008) i Comuni di Rossano, Crotone, Lamezia Terme, Corigliano, Cosenza, Vibo Valentia e Reggio Calabria, non Gioia Tauro né altri.

Una delle proposte di Reggio Calabria correttamente non è stata ammessa, in quanto l’area individuata aveva un tasso di disoccupazione inferiore a quello comunale (mentre doveva averlo maggiore, secondo i provvedimenti attuativi); la seconda proposta reggina, invece, è stata ammessa ma valutata al penultimo posto della graduatoria e recava un indice di disagio socio-economico non particolarmente elevato, se confrontato a quello delle aree proposte da altri Comuni; la proposta di Vibo Valentia è giunta quarta, appena dopo le tre che era possibile far approvare.

Queste le norme e questi, in grossolana sintesi, i fatti.

Per il resto, ecco il senso di questa mia trascurabile esternazione, si può discutere e si discute giustamente dell’opportunità di “assegnazioni” in mancanza di provvedimenti attuativi; della confusione iniziale, e talvolta persistente, tra Zone Franche Urbane, Zone Franche di diritto doganale e “no tax area” regionale (oggetto di altre analisi compiute, tra gli altri, dai giovani di Confindustria Calabria); delle aree prescelte e dei progetti dei singoli Comuni e dello stesso Comune di Reggio Calabria; della valutazione in parte discrezionale, e quindi opinabile, operata dalla Regione Calabria come da altre Regioni.

Ma non si può prescindere, ritengo, dal dato normativo, dai requisiti di ammissibilità e, soprattutto, dal fatto che spettasse formalmente ai Comuni, e non ad altri, proporre le aree sul proprio territorio, possibilmente non selezionandole a priori ma individuando le più disagiate secondo calcoli, parametri e indicatori statistici prestabiliti che lo comprovassero, quindi quelle maggiormente bisognose di misure fiscali di vantaggio.

Fermi restando lo spirito e gli obiettivi di questa misura, un’estensione del dispositivo a nuove aree è sicuramente auspicabile.

Ma probabilmente sarà necessario attendere nuovi stanziamenti e nuove delibere e circolari, perché siano definiti eventuali nuovi criteri (come già previsto dalla Legge Sviluppo in vigore dallo scorso mese di agosto) e comunque i nuovi termini per nuove proposte da parte dei Comuni che non hanno ritenuto di proporre finora o che finora sono stati esclusi da questa grande e originale opportunità.

Proprio per questo, in prospettiva e affinché una nuova occasione giunga a breve termine, al di là delle puntualizzazioni tecniche e delle accese polemiche sul passato è bene che anche a Reggio Calabria, l’area più urbana, e anzi metropolitana, della Regione, si parli finalmente di Zone Franche Urbane e fiscalità di vantaggio.

Lo aveva fatto il Sindaco Giuseppe Scopelliti ben 2 anni fa, nel suo discorso di presentazione del Piano Strategico 2007-2013. Lo avevano fatto alcuni soggetti politici fino alla presentazione, quasi in sordina, delle proposte progettuali. Poi più nulla.

E’ bene che se ne parli, sì, e che si programmi.

E che a farlo, come accade altrove in Calabria già da anni tra convegni e tavoli tecnici, siano stavolta anche le associazioni, i professionisti, il mondo del lavoro e dell’impresa.

Pubblicato su Strill.it, quotidiano in tempo reale

“Zone franche: spettava ai Comuni proporre…ora si guardi avanti
, novembre 2009

( rocco.iemma@tin.it )

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le zone franche nel nuovo codice doganale e il caso di gioia tauro

10 giugno 2008

E’ stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea, n. 145 Serie L del 4 giugno 2008, il Regolamento (CE) n. 450/2008 del Parlamento Europeo e del Consiglio, sottoscritto il 23 aprile 2008.

Il Regolamento istituisce un nuovo codice doganale comunitario, abrogando il precedente codice contenuto nel Regolamento (CEE) n. 2913/92 del Consiglio, del 12 ottobre 1992.

Il nuovo codice si è reso necessario, come si legge tra i considerando e nei documenti prodotti dagli organismi coinvolti nel corso del lungo iter di approvazione iniziato nel 2005, per rispondere a esigenze di adeguamento alle più recenti novità giuridiche, politiche ed economiche comunitarie e internazionali.

Tale risposta è all’insegna della semplificazione normativa e procedurale, della modernizzazione e dell’innovazione tecnologica e, naturalmente, della sicurezza.

Una delle modifiche più interessanti è quella concernente la configurazione giuridica delle Zone Franche, dove le merci non comunitarie, e a certe condizioni anche quelle comunitarie, possono essere depositate senza essere soggette ai dazi all’importazione, altri oneri e misure di politica commerciale.

All’interno delle Zone Franche doganali è possibile svolgere a condizioni evidentemente agevolate non solo il magazzinaggio ma anche attività industriali, commerciali e di servizi, soprattutto quelle di trasformazione delle merci che transitano lungo le rotte internazionali, grazie alla possibilità di vincolare queste ultime ad altri regimi doganali che consentono tali usi.

Rinviando al testo ufficiale per ulteriori dettagli, si pone in evidenza rispetto al codice del 1992, nel quadro di una generale opera di semplificazione e nel contempo di migliore specificazione dei regimi doganali, l’eliminazione della distinzione tra Deposito Franco e Zona Franca, l’inserimento delle Zone Franche tra i regimi doganali speciali di deposito e non più tra le altre destinazioni doganali e, soprattutto, l’abolizione delle Zone Franche “non intercluse”, di cui all’art. 168 bis del previgente codice, infatti abrogato, che era stato introdotto dal Regolamento (CE) n. 2700/2000.

Le Zone Franche “non intercluse” rappresentavano una nuova tipologia, più integrata col territorio e connessa al tessuto sociale e imprenditoriale locale. Erano infatti concepite in modo da non essere gravate da recinzioni e punti di accesso posti dallo Stato, dalle formalità e dai controlli tipici delle Zone Franche tradizionali e che le disposizioni in materia di formalità e obbligazione doganale fossero semplificate e applicabili secondo le modalità del regime del deposito doganale (controlli di tipo II, secondo quanto stabilito dal Regolamento CE n. 993/2001).

Esse si inserivano allora a pieno titolo in un processo storico che vedeva e vede le Zone Franche tradizionali cadere lentamente in desuetudine (non a caso l’Unione Europea adotta ormai da anni un atteggiamento restrittivo e severo in materia), in un’epoca in cui, già dall’immediato secondo dopoguerra, l’esenzione dai dazi e le agevolazioni ai traffici internazionali sono affidate ai grandi accordi tariffari multilaterali, alle unioni doganali e alle aree di libero scambio, per lasciare spazio a una nuova idea di zona franca, più orientata a divenire strumento di attuazione di politiche territoriali, fiscali e del lavoro.

L’assunto si fondava sulla convinzione che l’eliminazione delle barriere materiali e la semplificazione delle procedure potessero influire positivamente sul territorio circostante l’area, per fictio juris extra-doganale, per esempio grazie a un maggior coinvolgimento dell’impresa locale e del settore dei servizi.

Di questa evoluzione concettuale possono essere considerate approdi recenti, sia pure con qualche forzatura teorica e tecnico-giuridica, le Zone Franche Urbane francesi, eredi delle Enterprise Zones e delle Empowerment Zones anglosassoni e statunitensi e con una ispirazione ben più marcatamente sociale, che tuttavia in nulla riguardano i commerci internazionali e l’ambito doganale ma che sono strumenti di attuazione di fiscalità di vantaggio e politiche urbane.

Sarà da verificare se la Zona Franca doganale, non più destinazione delle merci ma regime speciale di deposito, istituto in un certo senso ridimensionato nella sua eccezionalità e nelle sue potenzialità lato sensu economiche, a metà strada tra le Zone Franche tradizionali e le Zone Franche “non intercluse”, sia destinata o meno nella aggiornata configurazione a trovare nuova e più ampia applicazione.

Quel che però è facile prevedere è che i vantaggi, in termini di sicurezza da un lato e di semplificazione dall’altro, riguarderanno quasi esclusivamente gli operatori doganali e gli aspetti procedurali delle operazioni di magazzinaggio e trasformazione nei nodi, generalmente portuali, del commercio extra-comunitario.

In conclusione e a titolo di cronaca, la prima e unica Zona Franca “non interclusa” in Italia, istituita dall’Agenzia delle Dogane il 1° agosto 2003, era situata all’interno dell’area portuale di Gioia Tauro.

La Zona Franca di Gioia Tauro, però, non è mai stata oggetto di comunicazioni formali e definitive da parte delle autorità nazionali alla Commissione Europea (ai sensi dell’art. 802 del Regolamento CEE n. 2454/93, come sostituito dal Regolamento CE n. 993/2001) nè, di conseguenza, inserita nella lista periodicamente pubblicata in G.U.C.E., e dunque non è mai divenuta operativa.

Nonostante ciò, non sono mancati interventi e progetti e la Zona Franca continua a rivestire un ruolo centrale nelle strategie di sviluppo dell’Autorità Portuale, che all’aspetto gestionale e infrastrutturale ha dedicato ampio spazio negli ultimi Piani Operatrivi Triennali redatti.

E lo stesso Ministero dei Trasporti, nel gennaio 2008, ha con decreto destinato all’Autorità Portuale di Gioia Tauro 50 milioni di euro, la metà dei fondi complessivamente previsti dalla Legge Finanziaria 2008 per gli interventi strutturali nei porti italiani.

Parte di quei 50 milioni servirebbe ad incentivare proprio l’insediamento di attività produttive e di logistica in regime di zona franca.

Rimane ora da comprendere come le novità introdotte dal codice doganale aggiornato influiranno, se influiranno, nel caso di Gioia Tauro.

 

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