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a rossano, per esempio

23 ottobre 2009

Dal sito del Comune di Rossano, comunicato stampa n. 429 del 22/10/2009 “PRESENTATI DUE PROGETTI SUI CENTRI DI AGGREGAZIONE GIOVANILE”:

…il Comune di Rossano ha partecipato a tale bando presentando due progetti: la Casa dei Giovani e il potenziamento della struttura polisportiva del “Maria De Rosis”.
Il primo progetto riguarda un centro di aggregazione giovanile che concerne la realizzazione dell’officina delle arti, intesa come luogo della formazione e dell’espressione delle capacità artistiche dei giovani. Il progetto, inoltre, si distingue per l’individuazione di un modulo costituito da due laboratori per la formazione professionale e l’attivazione di percorsi di creazione di impresa. La Casa dei Giovani si colloca all’interno dell’area della Zona Franca Urbana per consentire la riqualificazione urbanistica e sociale che è uno degli obiettivi che hanno portato alla ZFU…

( rocco.iemma@tin.it )

Gruppo Zone Franche Urbane su Facebook.

appuntamento a crotone

17 giugno 2009

“Verso la Zona Franca Urbana”, Crotone, 23 giugno 2009.

Scaricare e consultare il programma (cliccare su “download”).

( rocco.iemma@tin.it )

Gruppo Zone Franche Urbane su Facebook.

zone franche urbane: la sveglia

15 aprile 2009

La mancata approvazione, da parte del Cipe, della proposta di allocazione delle risorse presentata dal Ministero dello Sviluppo Economico e la creazione di un fondo per le imprese e per l’economia reale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, derivante dalla rimodulazione dei Fas, inclusa la dote per le Zone Franche Urbane fino ad allora nella diretta disponibilità proprio dello Sviluppo Economico, hanno generato non poca confusione e un certo panico.

Da più parti è infatti emerso il timore, complici la crisi economica e finanziaria e la priorità riconosciuta agli interventi infrastrutturali, di un blocco degli stanziamenti per le esenzioni in Zona Franca Urbana (già considerati insufficienti soprattutto dopo il riconoscimento di 22 proposte in luogo delle 18 inizialmente previste, a parità di risorse) fino a parlarsi di sconcerto e delusione: da Andria a Campobasso, passando per Matera, Taranto, Massa e Carrara, numerose e preoccupate si sono levate le voci degli attori locali, ma sporadiche e non proprio decisive, almeno finora, sono risultate le iniziative presso le autorità centrali.

All’incertezza contribuisce il lungo iter di approvazione del disegno di legge per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, S. 1195, il cui art. 3, comma 4, dispone proprio in materia di risorse destinate alle Zone Franche Urbane e di revisione dei criteri di selezione per una futura possibile applicazione del dispositivo nelle aree del Centro-Nord attualmente ineleggibili, come auspicato dallo stesso Ministro Scajola sin dall’estate del 2008.

E’ da segnalare che la 10^ Commissione del Senato ha approvato un emendamento del relatore, il 3.201, al comma 4, primo periodo che ora così stabilisce: “Il CIPE, nell’ambito delle risorse disponibili per la programmazione del Fondo aree sottoutilizzate, destina una quota del Fondo medesimo fino al limite annuale di 50 milioni di euro per le finalità di cui all’articolo 1, comma 340, della legge 27 dicembre 2006, n. 296”.

A un confronto col testo originario (“Al Fondo di cui all’articolo 1, comma 340, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, e successive modificazioni, sono assegnate dal CIPE, a valere sul fondo per le aree sottoutilizzate di cui all’articolo 61 della legge 27 dicembre 2002, n. 289, e successive modificazioni, risorse fino al limite annuale di 50 milioni di euro”), non pare che possano considerarsi definite le questioni sull’ammontare effettivo delle risorse disponibili.

Non si dimentichi infatti che il testo vigente della Legge Finanziaria 2007, come modificato dalla Legge Finanziaria 2008, dispone ancora che un fondo di 50 milioni annui (per il 2008 e per il 2009) destinati a copertura delle misure agevolative in Zona Franca Urbana sia istituito nello stato di previsione del Ministero dello Sviluppo Economico.

Ci si chiede se la quota Fas di cui al ddl 1195 si sostituisca o, come ipotizzato da Gazzetta del Sud, si sommi al fondo previsto in Legge Finanziaria 2007 (se e quando saranno aggiornate le annualità) e se le risorse realmente disponibili siano 50 o tra 50 e 100 milioni annui (ovvero i 50 previsti in Finanziaria cui aggiungersi la quota Fas “fino al limite” di 50).

Una lettura rigorosa dell’emendamento approvato farebbe propendere per la seconda soluzione.

Tuttavia, la relazione presentata al Cipe dal Ministero dello Sviluppo Economico, che distribuisce risorse per un totale di 50 milioni, i presunti rilievi che non hanno ancora consentito l’approvazione immediata della stessa, l’istituzione del fondo per le imprese e per l’economia reale presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, le riflessioni dei tecnici sulla scadenza dei Fas e sulla ripartizione degli stessi, inducono a ritenere opportuno, e anzi necessario, un chiarimento definitivo, se non proprio una interpretazione autentica.

Anche perchè il citato comma 4, ulteriormente accrescendo i dubbi, prevede al secondo periodo un aggiornamento dei criteri di selezione per una progressiva distribuzione al Centro-Nord, in funzione solamente dell’utilizzo della quota Fas di cui al primo periodo e non (anche) del fondo istituito con Legge Finanziaria 2007: “Per l’utilizzo delle risorse stanziate ai sensi del presente comma, il CIPE provvede, con le modalità di cui all’articolo 1, comma 342, della citata legge n. 296 del 2006, e successive modificazioni, ad aggiornare i criteri e gli indicatori per l’individuazione e la delimitazione delle zone franche urbane al fine di incrementare progressivamente la loro distribuzione territoriale”.

Come se tutto ciò non bastasse, vi è chi promuove un aggiornamento dei criteri di selezione per consentire l’individuazione di Zone Franche Urbane anche in aree al momento non ammissibili (ad esempio per limiti demografici), allo scopo precipuo di compensare i disagi derivanti dalla realizzazione di grandi infrastrutture, e chi propone l’estensione del dispositivo ai territori confinanti con regioni a statuto speciale.

E, da ultimo, secondo quanto riferiscono Il Sole 24 Ore e La Stampa del 15 aprile 2009, si fa strada l’idea di procedere a una modifica dei parametri per il sostegno alle imprese e alle attività economiche delle zone colpite dal recente evento sismico in Abruzzo o addirittura di attivare tout court una  nuova Zona Franca Urbana per il rilancio dello sviluppo.

Il pericolo, allora, è che da un lato persista una situazione di stallo e indecisione su ammontare e distribuzione di risorse e fondi e che dall’altro, e nel frattempo, si perdano di vista gli obiettivi sottesi all’istituzione delle Zone Franche Urbane e la potenziale efficacia delle agevolazioni, che rischia di essere annullata da una progressiva deformazione di natura e di scopi, in ciò risolvendosi il graduale adattamento a contesti e finalità non proprie della misura.

Mentre qualcuno rassicura e si attendono i decreti attuativi, la cui pubblicazione è determinante ancor più della allocazione delle risorse, in vista del passaggio in Aula del ddl n. 1195 e intercettando il ritrovato spirito d’iniziativa del Ministro competente, vi sono dunque le ragioni, queste ed altre ancora, perchè le amministrazioni interessate e coinvolte avanzino idee e proposte, a una o più voci poco conta, affinchè dopo tre anni di dibattito le esenzioni e le agevolazioni in Zona Franca Urbana possano trovare concreta attuazione e, prima ancora, non ne venga stravolta la ratio.

Vi è l’esigenza, dato quel che è avvenuto in passato fino all’individuazione delle 22 Zfu ma anche in prospettiva, di una riflessione comune sul ruolo delle Regioni, su oggettività e inderogabilità dei parametri selettivi e sui margini di discrezionalità, sulle condizioni di ammissibilità delle aree e sulla annunciata estensione del dispositivo.

L’auspicio è che ciò avvenga in tempi brevi, prima che un’idea avanzata e sostenuta da pochi, fraintesa e sottovalutata da molti, ora appetita da tutti e buona per ogni stagione, divenga alla fine utile a niente e a nessuno.

( rocco.iemma@tin.it )

zone franche urbane in calabria: arrivano i fondi?

15 aprile 2009

 

Mentre l’attenzione di osservatori e cittadini è quasi tutta concentrata sull’approvazione dei finanziamenti per le grandi opere, interessanti novità giungono in materia di Zone Franche Urbane.

 

Secondo quanto riferito da Italia Oggi del 6 marzo 2009, il Ministero dello Sviluppo Economico ha presentato al Cipe l’attesa proposta di  allocazione delle risorse stanziate in favore delle 22 Zone individuate e a copertura delle agevolazioni fiscali e contributive al loro interno.

 

La Relazione del Ministero prevede una quota minima uguale per ogni Zona Franca Urbana, 750.000 euro pari a un terzo della dotazione, per favorire l’efficacia del dispositivo a prescindere dalle dimensioni demografiche e dall’indice di disagio socio-economico.

 

Le rimanenti risorse sono attribuite per il 60% in relazione al peso demografico e per il 40% in relazione all’indice di disagio socio-economico, distribuite per ogni Zona Franca Urbana in maniera direttamente proporzionale.

 

In particolare, per quanto riguarda la Calabria, alla ZFU “Retroporto” proposta dal Comune di Crotone spetterebbero 2.429.491,73 di euro; alla ZFU “Quartieri Aterp” di Rossano, 1.935.269,72; alla ZFU “Torrenti-Rotoli” di Lamezia Terme, infine, 2.381.038,84.

 

Nel susseguirsi di notizie e commenti in tempo reale, non è dato sapere quando la ripartizione sarà integralmente approvata, così come la complessiva proposta di perimetrazione e quella di estensione del dispositivo, a parità di risorse stanziate, a 22 aree in luogo delle 18 originariamente previste.

 

Inoltre, è al momento in discussione al Senato il Disegno di Legge n. 1195 su sviluppo e internazionalizzazione delle imprese, il cui art. 3, comma 4, dispone che al fondo previsto per le Zone Franche Urbane in Legge Finanziaria 2007, istituito nel bilancio di previsione del Ministero dello Sviluppo Economico, siano assegnati 50 milioni di euro annui a valere sui Fas.

 

Proprio dalla rimodulazione di questi ultimi, anch’essa approvata dal Cipe, proviene un fondo strategico per interventi immediatamente attuabili a sostegno dell’economia reale e delle imprese per 9 miliardi di euro, attinti alle quote nazionali, che saranno gestiti direttamente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e a richiesta dei ministeri interessati: è da chiedersi se è a questo fondo, d’ora in poi, che dovrà farsi riferimento per il finanziamento delle esenzioni in Zona Franca Urbana, o non piuttosto ai FAS regionali.

 

In un quadro ancora in piena evoluzione, quando ancora ben poco si conosce dei decreti ministeriali essenziali per l’attuazione delle misure agevolative e tra i dubbi da più parti sollevati sulla sufficienza dei 50 milioni annui, la proposta di allocazione operata dal Ministero non può che considerarsi un buon passo in avanti.

 

Pubblicato su Strill.it, quotidiano in tempo reale

“Zone Franche Urbane in Calabria: arrivano i fondi?”, marzo 2009

e su Lamezia Web, il portale internet del lametino

“Zone Franche Urbane in Calabria: arrivano i fondi?”, marzo 2009

( rocco.iemma@tin.it )

zona franca urbana, una grande opportunità

4 dicembre 2008

In occasione di un affollato incontro pubblico sul tema “Zona Franca Urbana, opportunità di crescita per la nostra città” promosso ieri a Lamezia Terme dall’On.le Ida D’Ippolito, da anni impegnata in materia di fiscalità di vantaggio per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia, il Ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola ha avanzato importanti novità.

Descritti gli effetti positivi delle Zones Franches Urbaines in Francia e le potenzialità dello strumento applicato nelle aree urbane del Sud e della Calabria, il Ministro ha dichiarato di pensare in tempi brevi a un prolungamento del periodo di esenzione totale ben oltre i 5 anni e, quanto prima, auspicando l’immediato successo della prima fase ormai imminente, il raddoppio delle aree da eleggere a Zona Franca Urbana, oggi proposte nel numero totale di 22.

E’ seguito l’annuncio senza ulteriori dettagli di emendamenti al disegno di legge per lo sviluppo attualmente in discussione presso le Commissioni del Senato e molto presto in Aula, il cui art. 3 delega il Cipe “ad aggiornare i criteri e gli indicatori per l’individuazione e la delimitazione delle zone franche urbane al fine di incrementare progressivamente la loro distribuzione territoriale”, ovvero di renderle più individuabili nelle aree urbane disagiate del Centro e del Nord d’Italia.

A conclusione del suo intervento, il Ministro ha rassicurato i cittadini e le imprese di Lamezia Terme e della Calabria sull’esito del vaglio comunitario, prevedendo che il Cipe approverà l’elenco proposto dal Dipartimento per le Politiche di Sviluppo entro il prossimo dicembre e che l’autorizzazione della Commissione Europea giungerà entro il mese di febbraio 2009, “se saremo bravi”.

Nessuna cenno, invece, a limiti, condizioni e modalità di applicazione delle esenzioni e delle agevolazioni fiscali e contributive, di competenza di altri ministeri ma al centro dell’interesse concreto degli imprenditori e dei professionisti.

Pubblicato su Strill.it, quotidiano in tempo reale

“Lamezia: Scajola, ‘ZFU grande opportunità'”, dicembre 2008

e su Lamezia Web, il portale internet del lametino

“Zona Franca Urbana, una grande opportunità”, dicembre 2008

e sul sito Zona Franca Taranto,

“Lamezia Terme: Ministro Scajola, ‘ZFU grande opportunità'”, dicembre 2008

Errata corrige: …per “prossimo dicembre” si intenda il mese in corso, ovviamente…

zone franche urbane in calabria, presente e futuro

15 novembre 2008

A poche settimane dall’elenco del Ministero dello Sviluppo Economico e quando ancora sono in corso i lavori del Cipe per l’approvazione definitiva e per l’allocazione delle risorse, alcune possibili novità legislative e il dibattito politico locale offrono lo spunto per qualche riflessione sul futuro delle Zone Franche Urbane calabresi e dei progetti esclusi dalla sperimentazione, con particolare attenzione al caso di Vibo Valentia e Reggio Calabria.

Lo scorso 8 ottobre, il Consiglio Regionale della Calabria approvava un ordine del giorno con lo scopo dichiarato di impegnare “la Giunta regionale a provvedere – con proprie risorse – per le due aree franche che sono rimaste fuori, e cioè le province di Vibo Valentia e Reggio Calabria”.

L’ipotesi di un’estensione del dispositivo vigente per iniziativa regionale è tutta da vagliare, in quanto non prevista dall’attuale normativa.

E a proposito dell’idea, più volte avanzata in questi anni, di istituzione di Zone Franche Urbane direttamente da parte della Regione, vi sarebbe da chiedersi, nell’attuale assetto costituzionale e allo stato della legislazione tributaria, se le regioni abbiano davvero il potere di disporre esenzioni da tributi nazionali; se esse abbiano davvero l’autonomia normativa, amministrativa e finanziaria per attuare forme di fiscalità di vantaggio su base territoriale, eventualmente anche solo su tributi propri. E sarebbe opportuno chiedersi con quali fondi, nel caso, si potrebbe provvedere alla copertura. Oppure ancora, se le vie eventualmente percorribili, nello scenario più ottimistico, non sarebbero comunque in contrasto con i limiti comunitari agli aiuti di Stato, con il divieto di predeterminazione verticale delle aree e con i principi di libera concorrenza.

La risposta a tali domande, in verità domande retoriche, rischia di relegare il provvedimento della Giunta Regionale, oggetto e finalità dell’ordine del giorno, a mero atto di indirizzo e posizione politica, così come la deliberazione del 2007 che stabiliva l’impegno della Regione Calabria a individuare e finanziare altre tre aree, una per ogni provincia esclusa, e individuava Crotone e Lamezia Terme quali Zone Franche Urbane prioritarie, senza però che fossero stati redatti i progetti e senza che fossero ancora stati resi noti i parametri e i criteri, dunque in via discrezionale e predeterminata, comunque tecnicamente non vincolante.

In questi giorni, è inoltre all’esame del Senato il Ddl Sviluppo, il cui art. 3, al comma 4, delega il Cipe “ad aggiornare i criteri e gli indicatori per l’individuazione e la delimitazione delle zone franche urbane al fine di incrementare progressivamente la loro distribuzione territoriale”.

Stando agli intendimenti del Ministero dello Sviluppo Economico, espressi in agosto, incrementare progressivamente la distribuzione territoriale delle Zone Franche Urbane equivale innanzitutto a rendere la misura agevolativa più accessibile a quelle aree urbane disagiate del Nord Italia, escluse dalla prima fase sperimentale in quanto appartenenti a territori comunali invece agiati e dunque non ammissibili in prima battuta: non a caso, il documento di sintesi pubblicato il 6 novembre 2008 sul sito del Ministero parla di “estensione, mediante l’individuazione di nuovi criteri ad opera del CIPE, a tutti i territori nazionali che presentino particolari situazioni di degrado”.

Non è invece dato sapere se in futuro saranno ancora decisive le priorità indicate dalle regioni o non piuttosto, come forse sarebbe più coerente con il dettato normativo, gli indici di disagio delle singole aree e la bontà oggettiva dei singoli progetti.

Né sappiamo ancora se vi sarà un minimo o un massimo per Regione e, dunque, la certezza che almeno una o due o tre nuove Zone Franche Urbane in Calabria saranno istituite, non tralasciando nemmeno la voce in capitolo del Comune di Cosenza, non citato nell’ordine del giorno ma la cui proposta nella prima graduatoria regionale risulta migliore di quella di Reggio Calabria.

Tutto ciò significa che le amministrazioni oggi escluse, Cosenza compresa, e che dovessero riproporsi alla prevista prossima selezione, potrebbero dover concorrere con amministrazioni del Nord Italia, in grado di individuare Zone Franche Urbane in aree particolarmente disagiate rispetto ad altre invece agiate nello stesso territorio comunale: risalendo allo spirito originario della norma, le nuove proposte potrebbero così risultare anche più efficaci rispetto a quelle avanzate dai Comuni del Mezzogiorno, dato che lo scopo di favorire quartieri particolarmente svantaggiati è più ovvio da perseguire laddove il divario socio-economico tra quartieri è maggiore, che non laddove disoccupazione ed esclusione sociale sono diffusi e il divario tra circoscrizioni è inferiore.

E ancora, non è da escludere che anche le amministrazioni di alcune grandi città, che non sono state ammesse o che non hanno presentato progetti per la prima fase sperimentale, decidano di formulare le proprie proposte di individuazione di Zona Franca Urbana, divenendo concorrenti forti proprio in virtù dello spirito e delle finalità del dispositivo che ben si attagliano alle grandi realtà urbane, come autorevolmente posto in luce da Luca Bianchi, economista e vicedirettore Svimez, sul Corriere del Mezzogiorno Economia del 13 ottobre 2008.

In questo quadro normativo e di fatto, presente e futuro, sarebbe davvero poco opportuno che le amministrazioni calabresi non ammesse oggi dal Ministero si affidassero per l’avvenire a dichiarazioni di intenti e ad atti perfettamente legittimi e magari politicamente efficaci, ma formalmente non in grado di garantire che le Zone Franche Urbane siano cosa fatta.

Da un lato è vero che, alla prima prova, i parametri e i criteri di selezione indicati dal Cipe e dal Dipartimento per le Politiche di Sviluppo tra gennaio e giugno hanno lasciato alle regioni un margine di discrezionalità non indifferente, tanto che la Regione Calabria, questa volta motivando in base a calcoli, nell’agosto del 2008 ha confermato il proprio indirizzo politico del 2007, attribuendo priorità ai progetti di Crotone e Lamezia Terme.

Ma dall’altro i Comuni proponenti non potranno non tener conto dei possibili mutamenti dello scenario, che impongono lo studio per tempo e la redazione di proposte migliori, più approfondite e quindi più efficaci.

Ciò vale per il Comune di Vibo Valentia, che nel luglio scorso ha formulato una proposta politicamente forte e significativa sulle Marinate ma che probabilmente avrebbe potuto individuare aree con maggiori indici di disagio; e vale per il Comune di Reggio Calabria, che ha formulato una proposta addirittura inammissibile per mancanza dei requisiti e un’altra invece debole sotto il profilo degli indicatori di crisi socio-economica e dei programmi di intervento pubblico a integrazione e potenziamento.

In conclusione, fatta salva la legittimità di ogni azione politica a qualsiasi livello, è sul piano tecnico che Vibo Valentia e Reggio Calabria dovranno impegnarsi per dare anima e corpo a un nuovo progetto, se ancora interessate all’attuazione delle agevolazioni in Zona Franca Urbana.

Non certamente individuando a priori, per qualsivoglia ragione simbolica, politica o campanilistica, l’area da identificare, né confermando tout court le prime proposte, ma semmai selezionando la zona solo a seguito di una ricognizione di dati statistici in grado di rilevare, con l’oggettività dei numeri, dove vi è maggiore disagio, cioè reale esigenza della misura, e quindi maggiori possibilità di successo.

Pubblicato su Strill.it, quotidiano in tempo reale.

“Lo Stretto e le Zone Franche Urbane”, novembre 2008.

l’elenco delle zone franche urbane al vaglio del cipe

3 ottobre 2008

Con un comunicato stampa del 1° ottobre 2008, il Ministero dello Sviluppo Economico ha reso noto l’elenco delle proposte di individuazione di Zona Franca Urbana che il Gruppo Tecnico istituito presso il Dipartimento per le Politiche di Sviluppo ha selezionato tra le 64 inoltrate dalle Regioni.

L’elenco sarà sottoposto all’approvazione del Cipe, per la fase conclusiva dell’istruttoria prima della richiesta di autorizzazione della Commissione Europea.

Si tratta delle proposte avanzate dai Comuni di:

Catania, Gela, Erice in Sicilia;
Crotone, Rossano, Lamezia Terme in Calabria;
Matera in Basilicata;
Taranto, Lecce, Andria in Puglia;
Napoli, Torre Annunziata, Mondragone in Campania;
Campobasso in Molise;
Cagliari, Quartu Sant’Elena, Iglesias in Sardegna;
Velletri, Sora in Lazio;
Pescara in Abruzzo;
Massa, Carrara in Toscana;
Ventimiglia in Liguria.

Novità di rilievo si riscontrano nel numero delle Zone Franche Urbane ammesse sul territorio nazionale, 22 e non 18 come previsto dalla Delibera del Cipe n. 5 del 30 gennaio 2008, e nell’individuazione di un’area inter-comunale tra Massa e Carrara.

Questi ed altri importanti spunti saranno oggetto di approfondimento nel prossimo commento alla relazione che il Gruppo Tecnico ha predisposto e reso pubblica nello spazio web che il Dps dedica alle Zone Franche Urbane.

un disagio fuori dal comune

8 settembre 2008

La notizia era stata anticipata circa un mese fa, ma il primo a confermarla il 5 settembre 2008 è stato il blog Percorsi di autonomia amministrativa e mentale – Iniziative per la costituzione del nuovo Comune di Porto Santa Venere (VV). Ecco qualche modesta e neutrale nota a commento:

Il 5 agosto scorso, come noto, sono scaduti i termini per la valutazione ad opera delle Regioni delle proposte di individuazione delle Zone Franche Urbane pervenute dai Comuni e per la trasmissione delle relazioni tecniche al Ministero dello Sviluppo Economico.
Secondo la Deliberazione del Cipe n. 5 del 30 gennaio 2008 e secondo la Circolare del Ministero dello Sviluppo Economico, Dipartimento per le Politiche di Sviluppo e di Coesione, n. 14180 del 26 giugno 2008, le Regioni hanno dovuto: ricevere le proposte progettuali dalle amministrazioni comunali; accertarne la rispondenza ai criteri demografici, dimensionali e socioeconomici prescritti; verificare la corretta misurazione dell’indice di disagio socioeconomico; giudicare in ordine alla coerenza e alla compatibilità con eventuali programmi e politiche di investimento nell’area proposta; se opportune, valutare forme e modalità di co-finanziamento per un maggiore impatto dell’intervento; trasmettere al Ministero una relazione tecnica individuando, con adeguata motivazione, le proposte di interesse prioritario.
Con Deliberazione n. 530 del 4 agosto 2008, la Giunta Regionale calabrese ha quindi stabilito la graduatoria tra le proposte pervenute e ammissibili.
Nell’ordine: Crotone, area “Retroporto”, punteggio 19,00; Lamezia Terme, “Torrenti-Rotoli” (preferita a “Centro storico”, esclusa dalla valutazione conclusiva per minore punteggio), 15,86; Rossano, “Quartieri Aterp”, 13,74; Vibo Valentia, “Marinate”, 11,52; Cosenza, “Centro storico”, 10,64; Corigliano, “Centro storico”, 10,35; Reggio Calabria, “Catona”, 10,28 (proposta “Pellaro” non ammessa a priori per un tasso di disoccupazione inferiore alla media comunale).
Il provvedimento, pubblicato sul Bollettino Ufficiale n. 17 del 1° settembre 2008 con allegata la Relazione Tecnica, merita qualche approfondimento su alcuni aspetti specifici.
E’ bene precisare, a scanso di equivoci, che un’attenta lettura dei citati provvedimenti del Cipe e del Mise-Dps porta alla conclusione, nonostante criteri di ammissibilità e parametri di selezione oggettivi e stringenti, che alle Regioni sia stato attribuito un certo margine di discrezionalità nella valutazione, quantomeno in quella relativa alla definizione delle priorità.
Tale discrezionalità, comunque, non può trascurare la ratio della norma e lo scopo delle agevolazioni, che per storia e secondo le norme istitutive contenute in Legge Finanziaria 2007, nel testo sostituito dalla Legge Finanziaria 2008, è quello di “contrastare i fenomeni di esclusione sociale negli spazi urbani e favorire l’integrazione sociale e culturale delle popolazioni abitanti in circoscrizioni o quartieri delle città caratterizzati da degrado urbano e sociale”.
In questa ottica, non può non suscitare qualche perplessità, sotto il profilo tecnico e tralasciata ogni altra considerazione, il metodo seguito per il calcolo del punteggio totale assegnato alle singole proposte comunali.
Al valore attribuito alla coerenza e alla compatibilità con eventuali programmi e politiche di investimento nell’area proposta, prima, e alle modalità di gestione e co-finanziamento, poi, è stato infatti sommato un indice di disagio socioeconomico “comunale”, che si è rivelato decisivo ai fini della graduatoria.

E’ la stessa Giunta Regionale a spiegare che, in tal modo, “ha inteso privilegiare i comuni candidati che evidenziano maggiori problematiche di sviluppo socioeconomico” in coerenza col proprio interesse ad “adottare politiche di incentivazione ed investimento verso quei comuni con maggiori difficoltà economiche e sociali”.
Orbene, pur ammettendo che tale motivazione politico-economica sia compatibile e sovrapponibile agli scopi originari del dispositivo, emerge come al disagio socioeconomico dell’area proposta, che pure è fondamentale secondo la legge, non sia stato attribuito grande rilievo.
Il punteggio, cioè, appare più come un valore attribuito all’operato del Comune nella redazione del progetto e alla sua condizione generale sotto il profilo sociale ed economico, che come un giudizio di priorità tra proposte di individuazione di Zona Franca Urbana.
Se è vero, infatti, che esso è il risultato esclusivamente della somma del valore attribuito alla coerenza e alla compatibilità con eventuali programmi e politiche di investimento nell’area proposta, più il valore attribuito alle modalità di gestione e co-finanziamento, più l’indice di disagio socioeconomico del Comune e non dell’area infracomunale candidata, è vero allora, paradossalmente ma non troppo, che un Comune, riproducendo programmi, politiche di investimento, modalità di gestione e co-finanziamento, avrebbe potuto indifferentemente proporre come Zona Franca Urbana qualsiasi area sul proprio territorio, fatti salvi ovviamente i requisiti di ammissibilità, e nulla sarebbe cambiato nella classifica, che invece dovrebbe essere tra proposte e aree proposte, va ribadito, e non fra Comuni.
Ciò perché sono i quartieri e le circoscrizioni i destinatari di esenzioni e agevolazioni, non i Comuni la cui condizione, limitatamente ai dati demografici e sulla disoccupazione, conta solo per la ammissibilità.

In altri termini, l’indice di disagio comunale, che in piena discrezionalità è stato acquisito ai fini della valutazione di priorità, avrebbe dovuto e potuto probabilmente risultare importante, ma non decisivo.
E’ certamente vero che dell’indice di disagio socioeconomico della Zona Franca Urbana proposta, secondo quanto indicato dal Cipe e dal Mise-Dps, la Regione deve solo verificare la corretta misurazione, e non attribuire ad esso un punteggio, ma un maggiore peso del disagio della singola area, non limitandosi quindi alla verifica dei requisiti di ammissibilità, sarebbe stato più coerente, sotto il profilo concettuale e anche giuridico, col dettato normativo e con le finalità della misura.
Poiché peraltro la Relazione Tecnica non riporta l’indice di disagio socioeconomico delle Zone Franche Urbane proposte dai Comuni calabresi, attestando solo la correttezza del procedimento, né sarebbe utile, allo stato attuale, improvvisare nuovi metodi, è difficile ipotizzare diverse modalità di calcolo e, quindi, diverse graduatorie.
Forse si riscontrerebbe ben poco di diverso, atteso che le aree proposte, già per il solo fatto di essere state ammesse a valutazione, hanno tutte un tasso di disoccupazione più alto della media comunale, e dato che le altre valutazioni effettuate dalla Regione sui contenuti delle relazioni dei Comuni paiono puntuali ed equilibrate.
O forse qualcosa cambierebbe, soprattutto nelle prime posizioni, in mancanza di un indice comunale così sopravalutato, ma ciò non è in questa sede rilevante e in nulla muta il tenore delle riflessioni tecniche sin qui svolte, che prescindono dal merito della vicenda.
Rilevante, e difficile, è cercare di anticipare quali potranno essere, se vi saranno, gli effetti della scelta metodologica operata dalla Regione Calabria.
Molto dipenderà, oltre che dalle decisioni sul numero per Regione e sulla collocazione delle Zone Franche Urbane sul territorio nazionale, da come il Ministero dello Sviluppo Economico interpreterà il suo ruolo, da quanto saranno vincolanti le priorità stabilite dalla Giunta Regionale e, naturalmente, dalla bontà o meno dalle proposte iniziali dei Comuni.
Ma questa è un’altra storia.

 

Pubblicato su Strill.it, quotidiano in tempo reale.

 

“Zone franche urbane. La Regione boccia Catona e Pellaro, ma i criteri lasciano perplessi”, settembre 2008.

 

modello irlanda, modello calabria

2 settembre 2008

Nel corso di un convegno tenutosi a Soveria Mannelli lo scorso 25 agosto e coordinato dal Prof. Mario Caligiuri, sindaco emerito della Città e personalità tra le più innovative, originali ed eclettiche del panorama culturale e politico calabrese, il presidente dei giovani di Confindustria Calabria Florindo Rubbettino ha proposto l’istituzione di una no tax area, tesa a favorire l’occupazione, lo sviluppo della piccola e media impresa locale, nuova e già esistente, e gli investimenti da parte delle aziende esterne.

In particolare, secondo Rubbettino, gli operatori potrebbero rinunciare agli aiuti di Stato e usufruire dell’azzeramento per dieci anni delle imposte sul reddito delle imprese e di un’imposta ad aliquota dimezzata rispetto a quella nazionale, per i successivi cinque: una sorta di “modello Irlanda”, così riporta la Gazzetta del Sud del 26 agosto nell’edizione di Catanzaro, “da trasporre in Calabria”.

Non è di certo la prima volta, nel dibattito sempre vivace sulla fiscalità di vantaggio come leva per la ripresa economica al Sud, che si fa riferimento all’Irlanda e al suo rapido sviluppo, né mancano critiche autorevoli a questo richiamo.

La questione è in realtà assai più complessa di quanto possa apparire in prima istanza e qualche breve e generale cenno di approfondimento su alcuni tra gli aspetti più controversi, opportunamente sintetico e senza pretesa scientifica né di esaustività, può condurre a riflessioni più che mai attuali, date le connessioni alla materia del federalismo fiscale.

Occorre innanzitutto constatare che l’Irlanda non è esattamente una no tax area, ma più correttamente può dirsi essere un Paese in cui vige un sistema fiscale particolarmente attrattivo: basti pensare, sottintesi limiti e eccezioni, all’assenza di imposte locali e sul patrimonio e soprattutto al fatto che l’aliquota dell’imposta societaria è del 12,5%, tra le più basse al mondo, contro un’aliquota media sul reddito d’impresa superiore al 25% a livello comunitario e ben oltre il 30% in Italia.

E’ pur vero che in Irlanda sono state istituite in passato zone franche, in particolare nell’area aeroportuale di Shannon e nella Capitale, in cui alcune specifiche attività commerciali godevano di condizioni vantaggiose, con l’aliquota dell’imposta sulle società addirittura al 10%, ma esse non sono più operative dal 2005 per il rivelarsi di fenomeni distorsivi a danno della concorrenza europea e quindi per la necessità di adeguamento ai dettami dell’Unione, con cui nel 1998 il Governo di Dublino ha raggiunto un accordo; questo rilievo storico però nulla toglie al fatto che un sistema fiscale agevolativo che riguardi tutto il Paese non crea per ciò stesso una speciale no tax area.

Non si tratta di una precisazione meramente formale e terminologica, in quanto nel teorizzare una trasposizione del modello irlandese in Calabria e nel Sud non si può trascurare che ben diversamente si atteggia l’Unione Europea, a seconda che si discuta del concepimento di un sistema fiscale vantaggioso sull’intero territorio nazionale e per tutte le attività commerciali da un lato o, dall’altro, dell’attuazione di forme di fiscalità di vantaggio su specifiche regioni e magari per settori determinati, come quando si propone la detassazione per le imprese turistiche del Meridione.

Nel primo caso, quello appunto irlandese, verificata la copertura di spesa, appurato che il sistema nessun impatto negativo e nessuna distorsione produce sul deficit, sulla stabilità e sulla concorrenza infracomunitaria e che esso è applicato in maniera generalizzata e non selettiva, l’istituzione o meno di tributi e la determinazione delle aliquote rientrano nella indipendente potestà dello Stato.

Nella seconda ipotesi, invece, alla quale sembra si possa ricondurre la proposta di creazione di una no tax area in Calabria e nell’intero Mezzogiorno d’Italia, inevitabile sarebbe il vaglio da parte della Commissione Europea e plausibile la bocciatura per violazione del divieto generale di aiuti di Stato e dei principi sanciti a presidio della libera concorrenza; l’aiuto, concesso dal governo centrale, quand’anche per ipotesi si realizzasse la rinuncia agli aiuti a finalità regionale prefigurata dal Presidente Rubbettino, sarebbe verticale e aprioristico, geograficamente selettivo a vantaggio di una sola parte del territorio di riferimento che è quello nazionale.

Su tali profili l’Italia ha avuto occasione di ragionare nel caso delle Zone Franche Urbane, la cui disciplina originaria, contenuta nella Legge Finanziaria 2007 che riservava la misura al solo Mezzogiorno, è stata modificata proprio in accoglimento delle indicazioni della Direzione Generale Concorrenza della Commissione Europea, che avrebbe considerato distorsivo ed elusivo, e quindi inammissibile, un dispositivo a vantaggio di una sola parte del Paese, peraltro già destinataria di aiuti e fondi strutturali.

E’ doveroso chiedersi, allora, se tra tanto promuovere e discutere, e tanto poco realizzarsi, vi siano davvero e quali siano i margini per l’attuazione di forme articolate di fiscalità differenziata per la crescita economica di ampi territori regionali disagiati e arretrati e durature quanto basta per una ripresa strutturale in termini di occupazione e nuova impresa.

Tra tanti contributi in dottrina e giurisprudenza, viene in soccorso la Corte di Giustizia Europea, che con la nota sentenza C-88/03 del 6 settembre 2006, in materia di fiscalità territoriale agevolata nelle Azzorre, ha segnato una svolta decisiva rispetto alla tradizione sulla selettività delle misure agevolative, abbandonando l’impostazione secondo cui ogni misura riguardante solo una parte del territorio nazionale sarebbe selettiva indipendentemente dall’ente che la adotta e dalla sua autonomia rispetto allo Stato centrale.

La Corte, dettando le coordinate per la fiscalità di vantaggio in ambito comunitario, ha riconosciuto cioè che un governo regionale può legittimamente disporre misure agevolative, applicabili alle imprese situate all’interno del proprio territorio, anche su tributi erariali, a patto che disponga di una potestà che altri enti di pari livello non hanno (secondo Augusto Fantozzi, in “La sentenza della Corte di giustizia C-88/03 e il dibattito sul federalismo fiscale e sulla fiscalità di vantaggio in Italia”, in tale situazione si troverebbero attualmente le regioni a statuto speciale), autonomia istituzionale, decisionale e finanziaria e che, di conseguenza, alla copertura non si provveda con sovvenzioni e trasferimenti da altre regioni o dal governo centrale; tutto ciò ferma restando la possibilità di intervento sulle aliquote, ove concessa entro certi limiti, anche in caso di potestà condivise con altre regioni, come in Italia per l’Irap.

La sentenza reca in verità altri importanti contenuti su cui non si ritiene di dover indugiare in questa sede, ma il passaggio riportato, sia pure con brutale sintesi, è di per sé sufficiente a trarre alcune brevi e conclusive considerazioni, muovendo unicamente dalla centralità del concetto di autonomia.

In attesa della piena attuazione del nuovo Titolo V della Costituzione, e il riferimento è soprattutto all’art. 119, e a lavori non ancora in pieno svolgimento sul federalismo fiscale, è difficilmente ipotizzabile una fiscalità differenziata per una o più regioni, atteso che l’autonomia oggi non è affatto piena e che le imposte sono prevalentemente erariali: solo dal 1° gennaio 2009, per esempio, secondo la Legge Finanziaria 2008, l’Irap sarà istituita con legge regionale ed assumerà natura di tributo proprio delle regioni.

In altri termini, importare tout court il modello irlandese in Calabria o nel Mezzogiorno d’Italia, idea senz’altro suggestiva, può risultare all’atto pratico tecnicamente improbabile, se prima le regioni non si dotano di una ampia autonomia impositiva tale da consentire, in linea con gli orientamenti comunitari e ricorrendone le condizioni, la statuizione di misure agevolative su tributi erariali e se il sistema fiscale, parallelamente, non si incentra su tributi propri delle regioni.

In alternativa, come di fatto avviene in riferimento ai crediti d’imposta e alle Zone Franche Urbane, la fiscalità di vantaggio può trovare solo parziali e limitate applicazioni, adeguatamente motivate, funzionali rispetto a politiche economiche e urbane ma mai generalizzate sul territorio di riferimento regionale.

E’ evidente che il tema non può esaurirsi in poche righe e che tante e varie sono le implicazioni che autorevoli studiosi hanno posto in luce e tentato di risolvere: dal problema delle sovvenzioni in un modello di federalismo fiscale solidale in rapporto alla piena autonomia finanziaria quale presupposto per l’adozione di un sistema fiscale territoriale differenziato e di vantaggio, alle conseguenze della caratterizzazione simmetrica o asimmetrica del sistema sui margini di intervento agevolativi sulle imposte nazionali.

Ma l’auspicio è che le poche e rapide riflessioni svolte contribuiscano a un nuovo approccio al confronto in ambito calabrese e meridionale sia sulla fiscalità di vantaggio che sul federalismo fiscale, legati da un nesso funzionale che rende la prima difficilmente applicabile in assenza del secondo o quantomeno di una forma di autonomia regionale avanzata, entrambi oggetto di dibattiti così animati e all’apparenza interminabili, che forse giungeranno a soluzione solo se affrontati in maniera organica e realistica.

Non ci si può attendere, infatti, che la fiscalità di vantaggio risolva ogni male e, anzi, non si può non considerarla solo parte di un più ampio disegno per la creazione del miglior habitat possibile per le imprese in termini di infrastrutture, servizi, formazione, specializzazione, semplificazione ed efficienza della Pubblica Amministrazione.

Come avvenuto, appunto, in Irlanda.

Pubblicato su Strill.it, quotidiano in tempo reale.

“Federalismo, no tax area? Calabria ‘made in Ireland'”, agosto 2008.

A questo articolo è seguito un breve quanto gradito e proficuo scambio di opinioni, sempre su Strill.it e grazie alla disponibilità del suo Direttore, Giusva Branca.

ringrazio Rocco Iemma per l’attenzione che ha voluto riservare alla mia proposta di istituzione di una No tax area per il Mezzogiorno d’Italia.

Concordo su molte delle cose che egli scrive e in particolare sul fatto che una proposta del genere ha tante e varie implicazioni che meritano tutti i necessari approfondimenti.

Così come ritengo che il nesso fiscalità di vantaggio / federalismo fiscale sia ineludibile e rappresenti la vera chiave di volta per affrontare il problema.

Vorrei solo fare una precisazione e aggiungere altri elementi alla discussione.

La precisazione è che il riferimento all’Irlanda è una semplificazione giornalistica, mentre la mia proposta parlava effettivamente dell’istituzione di una No tax area sull’intero territorio del Mezzogiorno.

Quanto alle obiezioni di carattere costituzionale e comunitario effettivamente opponibili alla detassazione completa del Sud c’è da dire che vale sicuramente la pena provare a superarle.

Una certa interpretazione del quinto comma dell’art. 119 porterebbe a credere che lo Stato possa sussidiare il Sud con maggiori uscite di bilancio ma non prevedere misure che comportino minori entrare, anche perché ciò contrasterebbe con l’articolo 53 che non sembra lasciare spazio a interventi di maggior favore fiscale su base territoriale. Come però ha fatto rilevare uno studio dell’Istituto Bruno Leoni si potrebbe leggere l’articolo 119 in modo estensivo, dando al suo quinto comma un’interpretazione sul lato dell’offerta (riduzione fiscale), oltre che dal lato della domanda (sussidio), considerata la sostanziale equipollenza delle due misure in termini contabili ma la profonda differenza di efficacia e efficienza economica.

Iemma fa poi rilevare giustamente la complessità dell’accettazione della No tax area in seno all’Unione Europea. Anche in questo caso, secondo l’Istituto Bruno Leoni, la questione potrebbe essere superata attraverso una seria azione del governo italiano. Presentando, per esempio, alla Commissione europea e ai paesi membri la misura come una vera e propria “eccezione italiana” sulla falsariga di quella che fu –mutatis mutandis – la battaglia della Thatcher negli anni ’80 e sulla base di una negoziazione  che potrebbe prevedere anche una riduzione dei fondi comunitari alle regioni Obiettivo 1. Penso che anche Bruxelles, in tal caso, non potrebbe non prendere atto della forte volontà politica di affrontare il problema del Mezzogiorno attraverso nuove terapie di forte impatto.

Florindo Rubbettino

ringrazio pubblicamente il Presidente Rubbettino per la risposta al mio scritto dello scorso 28 agosto e per aver arricchito il dibattito di spunti e profili, tecnici e ideali, a mio avviso estremamente interessanti.

Ritengo che le posizioni espresse siano complementari e sempre in questa ottica desidero aggiungere qualche nota a quanto finora emerso.

Semplificazioni giornalistiche a parte, il richiamo al modello irlandese ha ormai assunto valore emblematico e, di tutta evidenza, rappresenta un’ipotesi di fiscalità vantaggiosa stabile, duratura, strutturale. Che diviene, è sistema. E’ su questa base che si innesta il ragionamento sulla complessità tecnico giuridica, oggetto del breve e gradito scambio di idee, e che quindi trova spazio la connessione al grande tema del federalismo fiscale e dell’autonomia regionale, da intendersi quali presupposti, dice bene Florindo Rubbettino, ormai ineludibili.

Dall’altro lato, fondare la proposta di misure agevolative sull’eccezionalità del caso calabrese e meridionale, può invece aprire una via diversa, che è quella della fiscalità di vantaggio, appunto, eccezionale e, in quanto tale, congiunturale, temporanea, ammessa finchè necessario e nel rispetto della libera concorrenza, esattamente come gli aiuti a finalità regionale. In questo secondo caso e in teoria, i margini per una negoziazione in sede comunitaria, o quantomeno per “provarci”, vi sono senz’altro, concordo. Dal rapporto Hokmark in poi, non mancano di certo dalle istituzioni europee i segnali positivi e le aperture, quand’anche solo politiche, sulla fiscalità di vantaggio come forma di aiuto eccezionale ammessa.

In entrambi i casi, ma soprattutto nel secondo, non sfugge la necessità di interventi sul piano dei servizi e delle infrastrutture, affinché nuovi capitali vengano attratti.

Sulla scorta di quanto affermato da tempo da autorevoli studiosi e commentatori, ai quali si devono questo confronto ed altri, e secondo quanto ormai condiviso a più livelli (cito ad esempio, anche per chiarezza, accessibilità e sintesi, Matteo Barbero in “Quale fiscalità di vantaggio per gli enti territoriali italiani?”, 4 ottobre 2006, da http://www.federalismi.it), si può dunque concludere che la scelta è tra queste due diverse impostazioni. O su entrambe in tempi diversi, si può anche immaginare.

L’auspicio è che il dibattito regionale, grazie anche al contributo decisivo degli imprenditori come Florindo Rubbettino, si elevi soprattutto a beneficio della pubblica opinione e della corretta percezione della transizione in atto, lasciando quanto prima il posto all’azione.

Rocco Iemma

zone franche urbane in calabria: la proposta di reggio ultima ammessa, quella di crotone prima

12 agosto 2008

Reggio Calabria, l’area urbana probabilmente più estesa della Regione, la Città più popolosa, quasi sicuramente non ospiterà sul proprio territorio una Zona Franca Urbana. Perchè?

Si è conclusa il 5 agosto scorso la valutazione ad opera delle Regioni delle proposte di individuazione delle Zone Franche Urbane, fatte pervenire dai Comuni e da inoltrare al Ministero dello Sviluppo Economico per l’istruttoria decisiva.

Occorre rammentare che alle Regioni spettava innanzitutto di verificare la sussistenza dei requisiti di ammissibilità dei progetti e la corretta misurazione dell’indice di disagio socio-economico delle aree selezionate e, successivamente, valutate le relazioni nel loro complesso, di stilare una graduatoria tra le proposte da inviare al Ministero, indicando quelle di interesse prioritario, che solo in parte saranno definitivamente accolte dal Cipe nel previsto numero complessivo di diciotto sull’intero territorio nazionale.

Per quanto riguarda la Calabria, un comunicato stampa del Ministero dello Sviluppo Economico diffuso nella giornata di ieri rende di dominio pubblico che sono state ammesse al vaglio le proposte avanzate dai Comuni di Crotone, Lamezia Terme, Rossano, Vibo Valentia, Cosenza, Corigliano e Reggio Calabria.

In attesa di dati ufficiali dalla Regione, secondo quanto si apprende sulla delibera della Giunta che il 4 agosto scorso ha stabilito in merito all’individuazione delle Zone Franche Urbane e stando inoltre agli entusiastici commenti provenienti da Crotone, Lamezia Terme e Rossano, le cui amministrazioni avrebbero formulato proposte dichiarate di interesse prioritario, risulta che proprio quello riportato dal Ministero sia l’ordine di graduatoria fissato dall’esecutivo calabrese.

La proposta avanzata dalla Città dello Stretto avrebbe cioè ottenuto un punteggio di molto inferiore a quello attribuito alle relazioni tecniche predisposte dagli altri sei Comuni proponenti.

Non sono ancora note le motivazioni della scelta, che dovrebbero essere formalizzate nella relazione tecnica che la Regione Calabria ha inviato al Ministero per lo Sviluppo Economico.

Né i margini di discrezionalità in capo alla task force istituita presso l’Assessorato regionale alle Attività Produttive consentono di ipotizzare in maniera attendibile le ragioni di una più che realistica esclusione del Comune di Reggio Calabria dalla sperimentazione delle esenzioni in Zona Franca Urbana.

Pur potendosi legittimamente supporre, e trattasi di pura supposizione tutta da verificare, che esistano sul territorio reggino zone con maggiore disagio rispetto a quanto indicato alla Regione, non è facile, in realtà, comprendere al momento se la soluzione di Reggio Calabria sia stata considerata così gravemente non prioritaria per il basso indice di disagio socio-economico delle aree indicate rispetto a quelle individuate soprattutto nel territorio di Crotone, Lamezia Terme e Rossano, o non piuttosto e prevalentemente per altre ragioni da ricondursi al contenuto del progetto che, è bene ribadirlo, non era da limitarsi al solo calcolo su basi statistiche ma da arricchirsi con dettagliate informazioni su: modalità di gestione successiva; strategie di sviluppo e di pianificazione urbana; eventuali previsioni di cofinanziamento; misure di comunicazione e marketing territoriale; animazione economica e sociale; cooperazione con le realtà associative locali; obiettivi e scopi sottesi alla individuazione dell’area urbana con il corredo di dati su diffusione di micro-criminalità, carenze nei servizi pubblici, popolazione immigrata, patrimonio immobiliare non residenziale disponibile per l’insediamento di attività economiche.

Quale che sia il motivo per cui l’idea concepita in seno al Comune di Reggio Calabria è stata negativamente giudicata, è prudente immaginare, sebbene la decisione definitiva spetti al Ministero dello Sviluppo Economico e poi al Cipe, che difficilmente una rivalutazione rispetto all’attuale graduatoria, di per sé già improbabile, sarà mai sufficiente a far rientrare una delle aree proposte da Palazzo San Giorgio tra le tre Zone Franche Urbane, due secondo il quotidiano Libero, che al massimo la Calabria potrà ospitare sul proprio territorio.

Allo stato attuale, nell’impossibilità di ulteriori approfondimenti tecnici e fatte salve inattese smentite da Catanzaro, Crotone, Lamezia Terme e Rossano, per Reggio Calabria si profila la più classica delle occasioni svanite: quella di poter risollevare le sorti di almeno una delle aree urbane disagiate facendo leva su esenzioni e agevolazioni fiscali e contributive estremamente attrattive per le nuove piccole e micro imprese e per quelle già esistenti.

Pubblicato su Strill.it, quotidiano in tempo reale.

ZFU: Reggio tra le ultime ammesse?“, agosto 2008.

Ed ecco, in attesa di conoscere, se mai ciò accadrà, cifre ufficiali e motivazioni delle valutazioni espresse, la graduatoria finale delle proposte di individuazione di Zone Franche Urbane all’esito del vaglio della Regione Calabria, secondo il blog Percorsi di autonomia amministrativa e mentale – Iniziative per la costituzione del nuovo Comune di Porto Santa Venere (VV)

1) Crotone ZFU “Retroporto di Crotone” punteggio 19,00;
2) Lamezia Terme ZFU “Torrenti-Rotoli” punteggio 15,86;
3) Rossano ZFU “Quartieri ATERP” punteggio 13,73;
4) Vibo Valentia, 11,52 con la ZFU “Località Marinate”;
5) Cosenza “ZFU Centro storico” punteggio 10,64;
6) Corigliano “ZFU Centro storico” punteggio 10,35;
7) Reggio Calabria ZFU Catona” punteggio 10,28.

abra calabria

6 agosto 2008

IMHO, se è vero che quello concluso ieri 5 agosto 2008 non è un concorso a premi  per Comuni meritevoli e se è vero, semmai, che l’individuazione delle Zone Franche Urbane mira a risollevare socialmente ed economicamente aree infra-comunali particolarmente svantaggiate rispetto ad altre, allora non è chiaro su quale fondamento prima di tutto normativo, oltre che logico, una Regione, ai fini della valutazione delle proposte progettuali di interesse prioritario tra quelle pervenute dai Comuni, possa aver deciso di basarsi sull’indice di disagio socio-economico dell’intero Comune e non su quello della zona proposta, non osservando quanto espressamente prescritto dal Cipe e dal Mise-Dps e quanto è nello spirito delle disposizioni e nello scopo dell’istruttoria, col rischio che risulti alla fine del tutto irrilevante l’area prescelta, se l’indice che conta è riferito all’intero territorio comunale.

(rif. Gazzetta del Sud del 6 agosto 2008, pagina 27 dell’edizione di Reggio Calabria, “Zfu, 50 milioni da dividere. Tra quanti?“)

zone franche urbane in calabria: le proposte

30 luglio 2008

Secondo le fonti ufficiali, sono certamente quattro le amministrazioni calabresi che allo scadere del termine previsto per lo scorso 21 luglio hanno fatto pervenire alla Regione le proposte di individuazione e perimetrazione delle Zone Franche Urbane sul proprio territorio: si tratta dei Comuni di Reggio Calabria, Lamezia Terme, Crotone e Cosenza.

Ancora nessuna conferma o smentita, invece, dall’Amministrazione di Vibo Valentia, dove l’ipotesi di individuazione di una Zona Franca Urbana è stata al centro di un vivace dibattito sui quotidiani locali proprio a ridosso dell’ultimo giorno utile per la presentazione.

Per la Città dello Stretto, l’Assessore alle Attività Produttive Candeloro Imbalzano e l’Assessore all’Urbanistica Demetrio Porcino hanno descritto alla stampa, nella giornata di mercoledì 23, due proposte: l’area Catona-Arghillà a nord e l’area Ravagnese-Pellaro a sud.

Si tratta di zone periferiche con diversa vocazione ma entrambe con potenzialità di sviluppo e ripresa e già al centro dei piani urbanistici e dei programmi per la localizzazione di attività produttive.

Anche Lamezia Terme avanza due soluzioni alternative, che in base a un’interessante impostazione corrispondono a due diversi modelli sviluppo, ovvero l’area Torrenti-Rotoli-Capizzaglie-Scinà, che patisce gravi problemi di ritardo sociale ed economico e nel contempo aperta all’insediamento di imprese, e l’area del centro storico, laddove invece l’individuazione di una Zona Franca Urbana risponderebbe alla necessità di arginare il recente fenomeno di delocalizzazione verso le periferie di importanti attività economiche e di servizi.

Crotone potrebbe invece vedere identificata quale Zona Franca Urbana una vasta area retroportuale, che comprende centro storico e area industriale, in questi mesi interessata dalla bonifica, e, tra gli altri, i quartieri Marinella e Fondo Gesù, già destinatari di programmi di riqualificazione ma tuttora in crisi socio-economica, come e più, statistiche alla mano, del resto del territorio comunale e provinciale.

Per quanto riguarda Cosenza, il capoluogo silano propone esclusivamente il centro e le zone contermini, evidentemente caratterizzate da particolari situazioni di svantaggio rispetto ad altre parti del territorio comunale: in base all’assetto urbano si possono quindi presentare di caso in caso indici di disagio socio-economico più elevati in centro che in periferia.

Sarà la task force istituita presso l’Assessorato alle Attività Produttive della Regione Calabria a selezionare i progetti di interesse prioritario che, di concerto con il Ministero dello Sviluppo Economico, sottoporrà successivamente al vaglio del Cipe.

Occorre infatti ricordare che è previsto che in ciascuna Regione possano essere delimitate non più di tre Zone Franche Urbane e che, in ogni caso, sarà il Cipe a decidere in ordine alla individuazione definitiva e alla allocazione delle risorse, prima della necessaria e decisiva autorizzazione della Commissione Europea.

Dunque, almeno una delle amministrazioni comunali calabresi non vedrà accolta la propria proposta.

E’ presumibile che a deporre in favore dell’accoglimento saranno non soltanto l’indice di disagio socio-economico e i dati statistici riportati secondo le puntuali indicazioni che il Dipartimento per le Politiche di Sviluppo ha reso pubbliche on line, ma anche un’adeguata motivazione progettuale, una descrizione delle modalità di gestione previste, l’esistenza e la predisposizione di piani e programmi di tipo urbanistico e socio-assistenziale, gli ulteriori indicatori richiesti dalla Deliberazione n. 5/2008 del Cipe, una precisa elencazione delle vie interessate col supporto di strumenti cartografici e in formato digitale e, non da ultimo, una compiuta descrizione delle potenzialità inespresse dell’area prescelta e la fondatezza delle ragioni per cui la Zona Franca Urbana può sostenere la loro realizzazione.

Elementi, questi, che rivelano margini di discrezionalità nel ruolo di filtro che la Regione assume secondo l’attuale normativa e che, inevitabilmente, generano incertezza sull’esito finale dell’istruttoria, che dovrà concludersi entro il 5 agosto prossimo.

Pubblicato su “Strill.it“, quotidiano in tempo reale.

Zone franche urbane: le proposte“, luglio 2008.

zone franche urbane in calabria: entro il 5 agosto la scelta

22 luglio 2008

Secondo le prime notizie diffuse a mezzo stampa e internet, sono quattro le amministrazioni calabresi che, allo scadere del termine previsto, hanno presentato alla Regione le proposte di individuazione e perimetrazione delle Zone Franche Urbane sul proprio territorio: si tratta dei Comuni di Reggio Calabria, Lamezia Terme, Crotone e Cosenza.

Della proposta della città dello Stretto, si saprà di più a seguito della conferenza stampa dedicata all’argomento convocata per mercoledì 23 luglio, così come da Crotone si spera di ottenere presto maggiori dettagli.

A Cosenza e Lamezia Terme, invece, è già noto quali sono le circoscrizioni e i quartieri individuati: se il capoluogo silano propone esclusivamente il centro e le zone contermini, evidentemente caratterizzate da particolari situazioni di svantaggio rispetto ad altre parti del territorio comunale, la città della Piana avanza invece due proposte alternative, che in base a un’interessante impostazione corrispondono a due diversi modelli sviluppo, ovvero l’area Torrenti-Rotoli-Capizzaglie-Scinà, che patisce gravi problemi di ritardo sociale ed economico e ha nel contempo vocazione e potenzialità di insediamento produttivo, e l’area del centro storico, laddove invece l’individuazione di una Zona Franca Urbana risponderebbe alla necessità di arginare il recente fenomeno di delocalizzazione verso le periferie di importanti attività economiche e di servizi.

Sarà la task force istituita presso l’Assessorato alle Attività Produttive della Regione Calabria a selezionare i progetti di interesse prioritario che, di concerto con il Ministero dello Sviluppo Economico, sottoporrà successivamente al vaglio del Cipe.

Occorre infatti ricordare che è previsto che in ciascuna Regione possano essere delimitate non più di tre Zone Franche Urbane e che, in ogni caso, sarà il Cipe a decidere in ordine alla individuazione definitiva e alla allocazione delle risorse, prima delle necessaria e decisiva autorizzazione della Commissione Europea.

Dunque, almeno una delle amministrazioni comunali calabresi non vedrà accolta la propria proposta.

In attesa di conoscere forma e contenuto delle relazioni tecniche, è presumibile che a deporre a favore dell’accoglimento saranno non soltanto l’indice di disagio socio-economico e i dati statistici calcolati e riportati secondo le puntuali indicazioni che il Dipartimento per le Politiche di Sviluppo ha reso pubbliche on line, ma anche un’adeguata motivazione progettuale, una descrizione delle modalità di gestione previste, l’esistenza e la predisposizione di piani e programmi di tipo urbanistico e socio-assistenziale, gli ulteriori indicatori richiesti dalla Deliberazione n. 5/2008 del Cipe, una precisa elencazione delle vie interessate col supporto di strumenti cartografici e in formato digitale e, non da ultimo, una compiuta descrizione delle potenzialità inespresse dell’area prescelta e la fondatezza delle ragioni per cui la Zona Franca Urbana può sostenere la loro realizzazione.

Elementi, questi, che rivelano margini di discrezionalità nel ruolo di filtro che la Regione assume secondo l’attuale dispositivo e che, inevitabilmente, generano incertezza sull’esito finale dell’istruttoria, che dovrà concludersi entro il 5 agosto prossimo. 

chi glielo dice?

21 luglio 2008

Qualcuno glielo dica, che nella Legge Finanziaria 2007 non c’è alcun art. 21 e che le Zone Franche Urbane, ai sensi della vigente Legge Finanziaria 2007 così come modificata dalla Legge Finanziaria 2008, non sono più riservate alle sole aree urbane del Mezzogiorno.

(rif. Metropolisinfo.it – Magazine on line della Provinca di Reggio Calabria, “Reggio Calabria: mercoledì conferenza stampa sulle zone franche urbane”, comunicato dell’Ufficio Stampa del Comune di Reggio Calabria)

 

Qualcuno glielo dica, che le Zone Franche Urbane italiane non sono le Zone Franche Urbane francesi.

 

(rif. La Valle blog – Il blog della Val D’Agri, “Zona Franca Urbana, Csail: “scellerata la scelta di Matera”)

 

Qualcuno glielo dica, che i dazi sulle merci in entrata non hanno nulla a che vedere con le Zone Franche Urbane.

 

(rif. Calabria Ora del 21 luglio 2008, pagina 16 dell’edizione di Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia, “Quelli che… la zona franca”)

 

Eccetera. Speriamo bene.

zone franche urbane, conto alla rovescia

18 luglio 2008

Entro lunedì prossimo 21 luglio 2008, i Comuni dovranno presentare alle Regioni le proposte di individuazione e delimitazione delle Zone Franche Urbane sul proprio territorio.

Secondo le notizie diffuse a mezzo stampa e on line, particolarmente attive in queste ore e nelle ultime settimane sono le amministrazioni di Lamezia Terme e Crotone in Calabria, Taranto e Lecce in Puglia, Napoli, Salerno e Caserta in Campania, Messina in Sicilia, Matera in Basilicata, Termoli e Campobasso in Molise, Viterbo nel Lazio.

Si attendono comunicati da Reggio Calabria, Palermo e Catania, per citare alcune tra le principali aree urbane, e da altre città e località del sud che nei mesi scorsi sono state coinvolte, coi loro rappresentanti istituzionali e del mondo economico e associativo, nel dibattito sulle zone franche urbane, qualche volta al centro di proposte, in verità, non in linea col dettato normativo e con lo spirito del dispositivo, qualche altra ovviamente no.

Nulla di ufficiale, fatta eccezione per Napoli, è dato sapere su eventuali proposte riguardanti le altre principali aree metropolitane del Paese, che pure, in teoria, sarebbero le principali, anche se non le uniche, e più credibili destinatarie di questa particolare soluzione di politica urbana e di fiscalità di vantaggio.  

Degno di nota lo sforzo compiuto da alcune Regioni, tra le quali la Toscana, una delle poche del centro-nord che ipotizzano l’individuazione di Zone Franche Urbane sul proprio territorio, che tramite il sito del Mise-Dps e organi di stampa hanno reso noti i tempi, chiarito le modalità di presentazione delle proposte da parte dei Comuni e indicato soggetti, settori e uffici interessati.

Sebbene il sito del Mise-Dps, opportunamente, fornisca ogni indicazione necessaria alla redazione delle proposte progettuali da parte dei Comuni, l’auspicio è che questi, nonostante i tempi ristretti, non si limitino al minimo richiesto ma elaborino una proposta organica che si arricchisca, come peraltro suggerito in delibera Cipe e nella recente circolare dello stesso Dipartimento, di elementi e ulteriori indicatori di disagio socio-economico così come di spunti e propositi per l’attuazione di politiche e iniziative in materia urbanistica e sociale in favore dei quartieri svantaggiati, evidentemente bisognosi di interventi di ampio e articolato respiro che comprendano la fiscalità di vantaggio, ma non si esauriscano in essa.

In questo blog il tema è stato affrontato o ripreso da altre fonti nei post della categoria Zone Franche Urbane.

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