le zfu al nord e la proposta del ministro scajola: un’idea

2 settembre 2008

 

Tra le modifiche introdotte dalla Legge Finanziaria 2008 in materia di Zone Franche Urbane, la più rilevante e controversa è stata senza dubbio l’estensione del dispositivo all’intero territorio nazionale.

Come noto, la limitazione al solo Mezzogiorno operata dalla Legge Finanziaria 2007 è stata soppressa su indicazione della Direzione Generale Concorrenza della Commissione Europea espressa in sede di pre-notifica informale, in quanto indicativa della verticalità degli aiuti, della non oggettività dei parametri di selezione e anche potenzialmente elusiva delle norme in materia di aiuti a finalità regionale, e dunque a rischio di non approvazione comunitaria.

Tuttavia, quantomeno attendibile sulla base degli intendimenti del Governo allora in carica era che, elaborati i parametri, le aree eleggibili a Zona Franca Urbana si sarebbero collocate in ogni caso e in grande maggioranza nel Meridione.

E infatti, il primo requisito di ammissibilità per i Comuni proponenti, sottintesi gli indicatori demografici, è nel tasso di disoccupazione, che deve essere superiore alla media nazionale, condizione che si riscontra solo in poche aree del Settentrione.

Il dato, già ampiamente previsto, non è sfuggito ai più attenti osservatori già al momento della pubblicazione della Delibera del Cipe del 30 gennaio 2008, ma è emerso con prepotenza in occasione della scadenza dei termini per la presentazione delle proposte progettuali da parte dei Comuni alle Regioni.

Alle critiche e alle proposte, il Ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola ha risposto avanzando l’ipotesi di una futura revisione dei requisiti di ammissibilità e dei parametri, in modo da rendere la misura più accessibile ai Comuni del Nord Italia.

E’ evidente che questi pochi passaggi storici non possono costituire una base per lo sviluppo di analisi tecniche approfondite, ma è comunque abbastanza agevole ragionare sin da ora sullo scenario più realistico e auspicabile.

Si può, e si dovrebbe, escludere innanzitutto una rivisitazione dei requisiti e degli indicatori tale da stravolgere la ratio della misura, che per storia e dettato normativo è e rimane quella di favorire la ripresa socio-economica di quartieri e circoscrizioni, aree urbane disagiate ovunque sul territorio nazionale esse si trovino.

Questa impostazione, che fino a trasformazione dell’istituto pare essere la più corretta, implica certamente, da un lato, che della misura non possano usufruire aree urbane non disagiate, ma genera anche una contraddizione non appena si verifichi, come in effetti avvenuto, che esistono aree urbane e metropolitane fortemente disagiate sul territorio nazionale ma non eleggibili a Zona Franca Urbana in quanto il Comune di appartenenza, evidentemente per l’esistenza di altre aree invece fortemente avanzante e favorite dal punto di vista socio-economico, ha un tasso di disoccupazione inferiore alla media nazionale.

Il rischio, in altre parole, è che una misura, nata per favorire la ripresa socio-economica di aree disagiate rispetto alle altre del territorio comunale, al Nord come al Sud, si riveli inattuabile proprio laddove la distanza tra quartieri e circoscrizioni, in termini di occupazione, servizi, scolarizzazione, è maggiore.

Nel contempo, rinunciare al tasso di disoccupazione più alto della media nazionale come requisito fondamentale per l’ammissione dei Comuni all’istruttoria equivarrebbe in molti casi a sfavorire oltremodo le aree urbane del Sud, così come incentrare la selezione solo sulle circoscrizioni e sui quartieri potrebbe escludere molti centri minori, dove la situazione di disagio è generalizzata e i quartieri e le circoscrizioni hanno indici di disagio spesso molto vicini.

Quando ancora non è stata avviata la prima fase sperimentale, emerge dunque la problematicità di una correzione, nella prospettiva di una possibile, oltre che desiderata, estensione del dispositivo.

Tale correzione, però, non potrà non tenere conto della particolarità del modello italiano, ovvero della caratterizzazione più economica che prettamente destinata all’integrazione sociale e culturale delle Zone Franche Urbane, che sono state concepite, certamente, sulla scorta dell’esperienza francese ma anche e prima ancora come forma sperimentale e limitata di fiscalità di vantaggio per le aree depresse.

E allo stesso modo non potrà non venire in considerazione il problema della concorrenza tra nuove e più numerose aree eleggibili, ai fini della quantificazione delle risorse per la copertura delle esenzioni e delle agevolazioni fiscali e contributive.

In questo quadro, fermi restando i requisiti fondamentali attuali e il tasso di disoccupazione come indicatore di base, un’idea finalizzata a conciliare le diverse esigenze senza snaturare, in un senso o nell’altro, il dispositivo, potrebbe consistere nel porre in relazione, per quei Comuni con un tasso di disoccupazione non superiore alla media nazionale e che oggi sarebbero esclusi a priori, tasso di disoccupazione medio comunale e tasso di disoccupazione dell’area proposta, magari prevedendo un rapporto minimo per l’ammissione, variabile in base al tasso di disoccupazione comunale ovviamente inferiore alla media nazionale (onde non giungere al paradosso che un quartiere con il 6% di disoccupazione in un Comune con un tasso medio del 3,7%, per esempio, concorra alla ripartizione delle risorse o sia addirittura favorito rispetto a un quartiere con il 9% di altro Comune con il 7,9%), per poi procedere al calcolo dell’indice di disagio socio-economico come per le altre aree candidate.

In tal modo, in teoria e in prima approssimazione, sarebbe possibile l’accesso alle esenzioni di zone urbane particolarmente disagiate e perciò bisognose della misura agevolativa in territori comunali non disagiati, mantenendo inalterate le condizioni e le possibilità di quelle circoscrizioni e di quei quartieri in aree depresse che necessitano di un intervento a sostegno dell’occupazione e della nascita di nuova impresa.

Un’idea non costa nulla.

 

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2 Risposte to “le zfu al nord e la proposta del ministro scajola: un’idea”

  1. caesare Says:

    Egregio dr Iemma,
    la sua proposta mi risulta interessante, anche se mi riservo di approfondirla.
    Tuttavia rileva una incongruenza rispetto alle direttive informali proposte dalla DG concorrenza nell’ambito della valutazione informale del dispositivo ZFU. In tale contesto una delle critiche mosse alle ZFU italiane riguardava la fonte statistica per il calcolo del tasso di disoccupazione che risaliva al 2001, ovvero al censimento. Il tasso di disoccupazione su base comunale,infatti, è calcolabile esclusivamente sul dato del censimento, ormai troppo datato (2001).

    Per andare incontro alle critiche mosse dalla Commissione il MISE propone di calcolare il tasso di disoccupazione su base Sll, disponibile al 2005, in modo da considerare eleggibili i comuni inclusi in un SLL con un tasso di disoccupazione superiore a quello medio nazionale (7,7). Così facendo non solo vengono trascurati i quartieri disagiati all’interno di comuni tendenzialmente “agiati”, ma anche i comuni disagiati all’interno di SLL “agiate”.

    Risulta quindi doverosa una modifica al dispositivo di selezione delle ZFU.

    Il problema, che mi sembra grosso come un macigno, riguarda il dato della disoccupazione che per i comuni è quello del censimento del 2001; quindi troppo datato per una rappresentazione adeguata del fenomeno del disagio.

    La proposta che lei avanza, quand’anche sensata ed interessante, impone l’utilizzo di un dato del 2001, per il quale la Commissione ha già espresso il proprio dubbio.

    La ringrazio dell’attenzione e del suo impegno.
    Un saluto

  2. roccoiemma Says:

    Caro Ceasere,

    grazie a lei per l’attenzione e per il commento.

    La mia non è una proposta, ma solo uno spunto per un dibattito che viene da un profano della statistica e dell’economia.

    Sensata o no che sia, di quest’idea vorrei sottolineare solo l’aspetto fondamentale, ovvero la ricerca di una relazione che evidenzi come esistano, se esistono, realtà urbane delimitate teoricamente bisognose di questo tipo di intervento pure in contesti più ampi (Comune, Sll) non disagiati rispetto ai dati nazionali.

    Che poi il contesto più ampio e di riferimento sia il Comune o il Sll, in questo ragionamento è logicamente secondario.

    In tal modo spero anche di ovviare a quella che, nel mio post, può apparire come un’imprecisione quantomeno terminologica, laddove parlo di tasso medio comunale, non preso in considerazione, attualmente, dal Cipe e dal Mise-Dps.

    Logicamente secondario, dicevo, ma non poco importante, certamente, dato che ci sono una Deliberazione e una Circolare con le cui prescrizioni, nella pratica, bisogna fare i conti.

    Sul problema dell’effettiva estensione dell’applicabilità delle esenzioni al Nord, mi chiedo anche, sempre da profano: se un Sll ha una disoccupazione, per esempio, del 6%, quanti quartieri o circoscrizioni o Comuni potranno mai avere un tasso di disoccupazione e, di conseguenza, un IDS così elevati da poter concorrere con le aree candidate del Mezzogiorno?

    La domanda valga anche per quei Comuni disagiati in ambito Sll agiato, per usare le sue parole.

    Il problema per certi versi c’è, perchè è stato posto.

    E perchè più che del grado di priorità (da valutare in fase successiva), si sta parlando di semplice ammissibilità alla prima istruttoria.

    Ma la sensazione, fino a smentita dei numeri, è che in concreto, finchè lo scopo delle Zone Franche Urbane sarà quello di risollevare le aree urbane più disagiate (il che, limiti per Regione a parte, presuppone anche una graduatoria), il fenomeno della esclusione “dalla selezione per parametri numerici” (cito il Ministro) dei Comuni del Centro-Nord, non sia così diffuso da mettere in dubbio l’oggettività e l’orizzontalità dei criteri attuali.

    Venendo invece alle esclusioni di Comuni che, con dati più aggiornati, avrebbero invece avuto accesso alla misura (mi sembra che la parte centrale del suo commento verta su ciò), condivido il suo rilievo sulla effettiva capacità rappresentativa di statistiche datate 2001 e anche 2005, preoccupazioni che peraltro sono le stesse di molti osservatori francesi in riferimento ai dati utilizzati in quel Paese per la selezione delle aree.

    Ma se Cipe e Mise-Dps hanno scelto questa via, per ora, qualche ragione ci sarà, come tutti sappiamo.

    Non rimane che affidarsi ai dati disponibili e pubblici, certi e ufficiali, più vicini nel tempo.

    In prospettiva e nel futuro prossimo, appunto senza attendere il grande censimento, possiamo anche immaginare un’elaborazione statistica ad hoc. Non credo sia impossibile.

    Spero in un suo nuovo intervento e nella continuazione di questo confronto, tanto qui sul blog quanto in privato.

    A presto.
    Rocco Iemma


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