la calda estate delle zone franche urbane

2 settembre 2008

L’estate appena trascorsa ha visto scadere i termini per la presentazione delle proposte di individuazione delle Zone Franche Urbane da parte dei Comuni alle Regioni e poi da queste al Ministero dello Sviluppo Economico, previa valutazione della rispondenza ai requisiti di ammissibilità e del grado di priorità.

Non sono mancate dal mondo della politica e da qualche osservatore critiche e confronti, proposte e posizioni, in qualche caso prive di fondamento logico e normativo, che hanno senza dubbio animato il dibattito soprattutto a livello locale.

Molte sono infatti le amministrazioni e molti gli esponenti comunali che hanno lamentato un’ingiusta esclusione ad opera delle Regioni.

Tuttavia, a ben vedere, e sia consentito di evitare un superfluo elenco e di mantenere un tono neutro pur se non tecnico, in molte occasioni polemiche e doglianze sono da ritenersi immotivate.

Si pensi a quelle proposte non ammesse in quanto presentate oltre la data ultima, nota da tempo. O a quelle amministrazioni comunali che, pur non avendone i requisiti, anch’essi noti da tempo, hanno comunque individuato Zone Franche Urbane sul proprio territorio. In qualche caso poi sono state presentate perimetrazioni di aree non contigue e confinanti e selezioni su basi statistiche diverse da quelle prescritte, e ovviamente note da tempo, dal Cipe e dal Dps-Mise.

Da registrare con curiosità, forse anche con ironia, è il rammarico di molti amministratori locali che non hanno potuto proporre una Zona Franca Urbana in quanto, loro malgrado, il tasso di disoccupazione e il disagio socio-economico del proprio Comune non sono così elevati come richiesto.

Non meno importanti sono i casi di esclusione, alcuni clamorosi, in cui però parlare di esclusione non è del tutto esatto, dal momento che la proposta non pare nemmeno essere stata avanzata dal Comune.

E poi vengono le decisioni delle Regioni, salutate come una graduatoria definitiva all’esito di un bando, spesso anzi è proprio questo il vocabolario adottato, mentre invece, sottintesa la rilevanza delle priorità stabilite, ancora nulla si può prevedere sul numero delle Zone Franche Urbane ammesse per ognuna.

A fare da cornice, confusione sullo spirito e sugli scopi del dispositivo, al quale vengono attribuite virtù e funzioni delle quali non v’è traccia nella storia dello stesso né tanto meno nei testi normativi: dalla presunta esenzione da dazi doganali alla pretesa equa ripartizione di fondi tra Città e Province alla quale le Regioni dovrebbero attenersi, come se la proposta non dipendesse esclusivamente dai singoli Comuni, quand’anche tutti vicini, e non riguardasse solo quartieri e circoscrizioni e il loro specifico disagio; dalla asserita rilevanza di requisiti mai previsti dal Cipe e dal Dps-Mise alla infondata attesa che atti e provvedimenti emanati da enti diversi dai Comuni e mai prescritti valgano ai fini dell’individuazione delle Zone Franche Urbane; dall’attribuzione alla misura agevolativa di proprietà di ripresa economica su larga scala, al coinvolgimento delle medie imprese, invece non interessate dal provvedimento.

Frutto di disinformazione o di strategia che sia, di tutto ciò e di altro ancora sono ricche le cronache locali e le pagine web.

Tra queste ultime, peraltro, un completo e accessibile sito del Dipartimento per le Politiche di Sviluppo del Ministero dello Sviluppo Economico, on line da qualche mese, con tutto quel che c’è da sapere e da fare sulle Zone Franche Urbane, a scanso di equivoci e a prevenzione di boutades.

Già.

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