Archive for settembre, 2008

un disagio fuori dal comune

8 settembre 2008

La notizia era stata anticipata circa un mese fa, ma il primo a confermarla il 5 settembre 2008 è stato il blog Percorsi di autonomia amministrativa e mentale – Iniziative per la costituzione del nuovo Comune di Porto Santa Venere (VV). Ecco qualche modesta e neutrale nota a commento:

Il 5 agosto scorso, come noto, sono scaduti i termini per la valutazione ad opera delle Regioni delle proposte di individuazione delle Zone Franche Urbane pervenute dai Comuni e per la trasmissione delle relazioni tecniche al Ministero dello Sviluppo Economico.
Secondo la Deliberazione del Cipe n. 5 del 30 gennaio 2008 e secondo la Circolare del Ministero dello Sviluppo Economico, Dipartimento per le Politiche di Sviluppo e di Coesione, n. 14180 del 26 giugno 2008, le Regioni hanno dovuto: ricevere le proposte progettuali dalle amministrazioni comunali; accertarne la rispondenza ai criteri demografici, dimensionali e socioeconomici prescritti; verificare la corretta misurazione dell’indice di disagio socioeconomico; giudicare in ordine alla coerenza e alla compatibilità con eventuali programmi e politiche di investimento nell’area proposta; se opportune, valutare forme e modalità di co-finanziamento per un maggiore impatto dell’intervento; trasmettere al Ministero una relazione tecnica individuando, con adeguata motivazione, le proposte di interesse prioritario.
Con Deliberazione n. 530 del 4 agosto 2008, la Giunta Regionale calabrese ha quindi stabilito la graduatoria tra le proposte pervenute e ammissibili.
Nell’ordine: Crotone, area “Retroporto”, punteggio 19,00; Lamezia Terme, “Torrenti-Rotoli” (preferita a “Centro storico”, esclusa dalla valutazione conclusiva per minore punteggio), 15,86; Rossano, “Quartieri Aterp”, 13,74; Vibo Valentia, “Marinate”, 11,52; Cosenza, “Centro storico”, 10,64; Corigliano, “Centro storico”, 10,35; Reggio Calabria, “Catona”, 10,28 (proposta “Pellaro” non ammessa a priori per un tasso di disoccupazione inferiore alla media comunale).
Il provvedimento, pubblicato sul Bollettino Ufficiale n. 17 del 1° settembre 2008 con allegata la Relazione Tecnica, merita qualche approfondimento su alcuni aspetti specifici.
E’ bene precisare, a scanso di equivoci, che un’attenta lettura dei citati provvedimenti del Cipe e del Mise-Dps porta alla conclusione, nonostante criteri di ammissibilità e parametri di selezione oggettivi e stringenti, che alle Regioni sia stato attribuito un certo margine di discrezionalità nella valutazione, quantomeno in quella relativa alla definizione delle priorità.
Tale discrezionalità, comunque, non può trascurare la ratio della norma e lo scopo delle agevolazioni, che per storia e secondo le norme istitutive contenute in Legge Finanziaria 2007, nel testo sostituito dalla Legge Finanziaria 2008, è quello di “contrastare i fenomeni di esclusione sociale negli spazi urbani e favorire l’integrazione sociale e culturale delle popolazioni abitanti in circoscrizioni o quartieri delle città caratterizzati da degrado urbano e sociale”.
In questa ottica, non può non suscitare qualche perplessità, sotto il profilo tecnico e tralasciata ogni altra considerazione, il metodo seguito per il calcolo del punteggio totale assegnato alle singole proposte comunali.
Al valore attribuito alla coerenza e alla compatibilità con eventuali programmi e politiche di investimento nell’area proposta, prima, e alle modalità di gestione e co-finanziamento, poi, è stato infatti sommato un indice di disagio socioeconomico “comunale”, che si è rivelato decisivo ai fini della graduatoria.

E’ la stessa Giunta Regionale a spiegare che, in tal modo, “ha inteso privilegiare i comuni candidati che evidenziano maggiori problematiche di sviluppo socioeconomico” in coerenza col proprio interesse ad “adottare politiche di incentivazione ed investimento verso quei comuni con maggiori difficoltà economiche e sociali”.
Orbene, pur ammettendo che tale motivazione politico-economica sia compatibile e sovrapponibile agli scopi originari del dispositivo, emerge come al disagio socioeconomico dell’area proposta, che pure è fondamentale secondo la legge, non sia stato attribuito grande rilievo.
Il punteggio, cioè, appare più come un valore attribuito all’operato del Comune nella redazione del progetto e alla sua condizione generale sotto il profilo sociale ed economico, che come un giudizio di priorità tra proposte di individuazione di Zona Franca Urbana.
Se è vero, infatti, che esso è il risultato esclusivamente della somma del valore attribuito alla coerenza e alla compatibilità con eventuali programmi e politiche di investimento nell’area proposta, più il valore attribuito alle modalità di gestione e co-finanziamento, più l’indice di disagio socioeconomico del Comune e non dell’area infracomunale candidata, è vero allora, paradossalmente ma non troppo, che un Comune, riproducendo programmi, politiche di investimento, modalità di gestione e co-finanziamento, avrebbe potuto indifferentemente proporre come Zona Franca Urbana qualsiasi area sul proprio territorio, fatti salvi ovviamente i requisiti di ammissibilità, e nulla sarebbe cambiato nella classifica, che invece dovrebbe essere tra proposte e aree proposte, va ribadito, e non fra Comuni.
Ciò perché sono i quartieri e le circoscrizioni i destinatari di esenzioni e agevolazioni, non i Comuni la cui condizione, limitatamente ai dati demografici e sulla disoccupazione, conta solo per la ammissibilità.

In altri termini, l’indice di disagio comunale, che in piena discrezionalità è stato acquisito ai fini della valutazione di priorità, avrebbe dovuto e potuto probabilmente risultare importante, ma non decisivo.
E’ certamente vero che dell’indice di disagio socioeconomico della Zona Franca Urbana proposta, secondo quanto indicato dal Cipe e dal Mise-Dps, la Regione deve solo verificare la corretta misurazione, e non attribuire ad esso un punteggio, ma un maggiore peso del disagio della singola area, non limitandosi quindi alla verifica dei requisiti di ammissibilità, sarebbe stato più coerente, sotto il profilo concettuale e anche giuridico, col dettato normativo e con le finalità della misura.
Poiché peraltro la Relazione Tecnica non riporta l’indice di disagio socioeconomico delle Zone Franche Urbane proposte dai Comuni calabresi, attestando solo la correttezza del procedimento, né sarebbe utile, allo stato attuale, improvvisare nuovi metodi, è difficile ipotizzare diverse modalità di calcolo e, quindi, diverse graduatorie.
Forse si riscontrerebbe ben poco di diverso, atteso che le aree proposte, già per il solo fatto di essere state ammesse a valutazione, hanno tutte un tasso di disoccupazione più alto della media comunale, e dato che le altre valutazioni effettuate dalla Regione sui contenuti delle relazioni dei Comuni paiono puntuali ed equilibrate.
O forse qualcosa cambierebbe, soprattutto nelle prime posizioni, in mancanza di un indice comunale così sopravalutato, ma ciò non è in questa sede rilevante e in nulla muta il tenore delle riflessioni tecniche sin qui svolte, che prescindono dal merito della vicenda.
Rilevante, e difficile, è cercare di anticipare quali potranno essere, se vi saranno, gli effetti della scelta metodologica operata dalla Regione Calabria.
Molto dipenderà, oltre che dalle decisioni sul numero per Regione e sulla collocazione delle Zone Franche Urbane sul territorio nazionale, da come il Ministero dello Sviluppo Economico interpreterà il suo ruolo, da quanto saranno vincolanti le priorità stabilite dalla Giunta Regionale e, naturalmente, dalla bontà o meno dalle proposte iniziali dei Comuni.
Ma questa è un’altra storia.

 

Pubblicato su Strill.it, quotidiano in tempo reale.

 

“Zone franche urbane. La Regione boccia Catona e Pellaro, ma i criteri lasciano perplessi”, settembre 2008.

 

requisito o non requisito? questo è il problema…

2 settembre 2008

IMHO, affermare che un Comune ha i requisiti per essere inserito nella lista dei 18 comuni titolati ad essere zone franche urbane (sarebbe più corretto dire “a proporre l’individuazione di una zona franca urbana sul proprio territorio, ammesso che un suo quartiere ne abbia a sua volta i requisiti”) e subito dopo rammentare che i dati sulla disoccupazione hanno portato all’estromissione dello stesso, è una contraddizione in termini.

(rif. “Occupazione: Pelino da Ministro Scajola per zone franche urbane“, da Industriale Oggi)

Ad: i requisiti sono espressamente indicati nei provvedimenti del Cipe e del Mise-Dps in materia di Zone Franche Urbane e a questi e solo a questi, ai fini dell’individuazione, bisogna fare riferimento. Pertanto, o ci sono o non ci sono, almeno per quel che riguarda le Zfu. Non avere un tasso di disoccupazione più elevato della media nazionale dovrebbe essere una buona notizia, ma è pur vero che anche in Comuni con bassa disoccupazione vi sono situazioni di grave disagio che meriterebbero, per quanto non si tratti di un concorso a premi, di potere almeno concorrere per sperimentare questa misura agevolativa. Il post che precede riguarda proprio l’ipotesi di una futura (dal momento che a selezione ormai avvenuta non rimane che sperare in una successiva estensione del dispositivo) variazione dei requisiti di ammissione, a beneficio dei Comuni, del Nord Italia ma non solo, con un tasso di disoccupazione basso ma con aree particolarmente disagiate. 

le zfu al nord e la proposta del ministro scajola: un’idea

2 settembre 2008

 

Tra le modifiche introdotte dalla Legge Finanziaria 2008 in materia di Zone Franche Urbane, la più rilevante e controversa è stata senza dubbio l’estensione del dispositivo all’intero territorio nazionale.

Come noto, la limitazione al solo Mezzogiorno operata dalla Legge Finanziaria 2007 è stata soppressa su indicazione della Direzione Generale Concorrenza della Commissione Europea espressa in sede di pre-notifica informale, in quanto indicativa della verticalità degli aiuti, della non oggettività dei parametri di selezione e anche potenzialmente elusiva delle norme in materia di aiuti a finalità regionale, e dunque a rischio di non approvazione comunitaria.

Tuttavia, quantomeno attendibile sulla base degli intendimenti del Governo allora in carica era che, elaborati i parametri, le aree eleggibili a Zona Franca Urbana si sarebbero collocate in ogni caso e in grande maggioranza nel Meridione.

E infatti, il primo requisito di ammissibilità per i Comuni proponenti, sottintesi gli indicatori demografici, è nel tasso di disoccupazione, che deve essere superiore alla media nazionale, condizione che si riscontra solo in poche aree del Settentrione.

Il dato, già ampiamente previsto, non è sfuggito ai più attenti osservatori già al momento della pubblicazione della Delibera del Cipe del 30 gennaio 2008, ma è emerso con prepotenza in occasione della scadenza dei termini per la presentazione delle proposte progettuali da parte dei Comuni alle Regioni.

Alle critiche e alle proposte, il Ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola ha risposto avanzando l’ipotesi di una futura revisione dei requisiti di ammissibilità e dei parametri, in modo da rendere la misura più accessibile ai Comuni del Nord Italia.

E’ evidente che questi pochi passaggi storici non possono costituire una base per lo sviluppo di analisi tecniche approfondite, ma è comunque abbastanza agevole ragionare sin da ora sullo scenario più realistico e auspicabile.

Si può, e si dovrebbe, escludere innanzitutto una rivisitazione dei requisiti e degli indicatori tale da stravolgere la ratio della misura, che per storia e dettato normativo è e rimane quella di favorire la ripresa socio-economica di quartieri e circoscrizioni, aree urbane disagiate ovunque sul territorio nazionale esse si trovino.

Questa impostazione, che fino a trasformazione dell’istituto pare essere la più corretta, implica certamente, da un lato, che della misura non possano usufruire aree urbane non disagiate, ma genera anche una contraddizione non appena si verifichi, come in effetti avvenuto, che esistono aree urbane e metropolitane fortemente disagiate sul territorio nazionale ma non eleggibili a Zona Franca Urbana in quanto il Comune di appartenenza, evidentemente per l’esistenza di altre aree invece fortemente avanzante e favorite dal punto di vista socio-economico, ha un tasso di disoccupazione inferiore alla media nazionale.

Il rischio, in altre parole, è che una misura, nata per favorire la ripresa socio-economica di aree disagiate rispetto alle altre del territorio comunale, al Nord come al Sud, si riveli inattuabile proprio laddove la distanza tra quartieri e circoscrizioni, in termini di occupazione, servizi, scolarizzazione, è maggiore.

Nel contempo, rinunciare al tasso di disoccupazione più alto della media nazionale come requisito fondamentale per l’ammissione dei Comuni all’istruttoria equivarrebbe in molti casi a sfavorire oltremodo le aree urbane del Sud, così come incentrare la selezione solo sulle circoscrizioni e sui quartieri potrebbe escludere molti centri minori, dove la situazione di disagio è generalizzata e i quartieri e le circoscrizioni hanno indici di disagio spesso molto vicini.

Quando ancora non è stata avviata la prima fase sperimentale, emerge dunque la problematicità di una correzione, nella prospettiva di una possibile, oltre che desiderata, estensione del dispositivo.

Tale correzione, però, non potrà non tenere conto della particolarità del modello italiano, ovvero della caratterizzazione più economica che prettamente destinata all’integrazione sociale e culturale delle Zone Franche Urbane, che sono state concepite, certamente, sulla scorta dell’esperienza francese ma anche e prima ancora come forma sperimentale e limitata di fiscalità di vantaggio per le aree depresse.

E allo stesso modo non potrà non venire in considerazione il problema della concorrenza tra nuove e più numerose aree eleggibili, ai fini della quantificazione delle risorse per la copertura delle esenzioni e delle agevolazioni fiscali e contributive.

In questo quadro, fermi restando i requisiti fondamentali attuali e il tasso di disoccupazione come indicatore di base, un’idea finalizzata a conciliare le diverse esigenze senza snaturare, in un senso o nell’altro, il dispositivo, potrebbe consistere nel porre in relazione, per quei Comuni con un tasso di disoccupazione non superiore alla media nazionale e che oggi sarebbero esclusi a priori, tasso di disoccupazione medio comunale e tasso di disoccupazione dell’area proposta, magari prevedendo un rapporto minimo per l’ammissione, variabile in base al tasso di disoccupazione comunale ovviamente inferiore alla media nazionale (onde non giungere al paradosso che un quartiere con il 6% di disoccupazione in un Comune con un tasso medio del 3,7%, per esempio, concorra alla ripartizione delle risorse o sia addirittura favorito rispetto a un quartiere con il 9% di altro Comune con il 7,9%), per poi procedere al calcolo dell’indice di disagio socio-economico come per le altre aree candidate.

In tal modo, in teoria e in prima approssimazione, sarebbe possibile l’accesso alle esenzioni di zone urbane particolarmente disagiate e perciò bisognose della misura agevolativa in territori comunali non disagiati, mantenendo inalterate le condizioni e le possibilità di quelle circoscrizioni e di quei quartieri in aree depresse che necessitano di un intervento a sostegno dell’occupazione e della nascita di nuova impresa.

Un’idea non costa nulla.

 

modello irlanda, modello calabria

2 settembre 2008

Nel corso di un convegno tenutosi a Soveria Mannelli lo scorso 25 agosto e coordinato dal Prof. Mario Caligiuri, sindaco emerito della Città e personalità tra le più innovative, originali ed eclettiche del panorama culturale e politico calabrese, il presidente dei giovani di Confindustria Calabria Florindo Rubbettino ha proposto l’istituzione di una no tax area, tesa a favorire l’occupazione, lo sviluppo della piccola e media impresa locale, nuova e già esistente, e gli investimenti da parte delle aziende esterne.

In particolare, secondo Rubbettino, gli operatori potrebbero rinunciare agli aiuti di Stato e usufruire dell’azzeramento per dieci anni delle imposte sul reddito delle imprese e di un’imposta ad aliquota dimezzata rispetto a quella nazionale, per i successivi cinque: una sorta di “modello Irlanda”, così riporta la Gazzetta del Sud del 26 agosto nell’edizione di Catanzaro, “da trasporre in Calabria”.

Non è di certo la prima volta, nel dibattito sempre vivace sulla fiscalità di vantaggio come leva per la ripresa economica al Sud, che si fa riferimento all’Irlanda e al suo rapido sviluppo, né mancano critiche autorevoli a questo richiamo.

La questione è in realtà assai più complessa di quanto possa apparire in prima istanza e qualche breve e generale cenno di approfondimento su alcuni tra gli aspetti più controversi, opportunamente sintetico e senza pretesa scientifica né di esaustività, può condurre a riflessioni più che mai attuali, date le connessioni alla materia del federalismo fiscale.

Occorre innanzitutto constatare che l’Irlanda non è esattamente una no tax area, ma più correttamente può dirsi essere un Paese in cui vige un sistema fiscale particolarmente attrattivo: basti pensare, sottintesi limiti e eccezioni, all’assenza di imposte locali e sul patrimonio e soprattutto al fatto che l’aliquota dell’imposta societaria è del 12,5%, tra le più basse al mondo, contro un’aliquota media sul reddito d’impresa superiore al 25% a livello comunitario e ben oltre il 30% in Italia.

E’ pur vero che in Irlanda sono state istituite in passato zone franche, in particolare nell’area aeroportuale di Shannon e nella Capitale, in cui alcune specifiche attività commerciali godevano di condizioni vantaggiose, con l’aliquota dell’imposta sulle società addirittura al 10%, ma esse non sono più operative dal 2005 per il rivelarsi di fenomeni distorsivi a danno della concorrenza europea e quindi per la necessità di adeguamento ai dettami dell’Unione, con cui nel 1998 il Governo di Dublino ha raggiunto un accordo; questo rilievo storico però nulla toglie al fatto che un sistema fiscale agevolativo che riguardi tutto il Paese non crea per ciò stesso una speciale no tax area.

Non si tratta di una precisazione meramente formale e terminologica, in quanto nel teorizzare una trasposizione del modello irlandese in Calabria e nel Sud non si può trascurare che ben diversamente si atteggia l’Unione Europea, a seconda che si discuta del concepimento di un sistema fiscale vantaggioso sull’intero territorio nazionale e per tutte le attività commerciali da un lato o, dall’altro, dell’attuazione di forme di fiscalità di vantaggio su specifiche regioni e magari per settori determinati, come quando si propone la detassazione per le imprese turistiche del Meridione.

Nel primo caso, quello appunto irlandese, verificata la copertura di spesa, appurato che il sistema nessun impatto negativo e nessuna distorsione produce sul deficit, sulla stabilità e sulla concorrenza infracomunitaria e che esso è applicato in maniera generalizzata e non selettiva, l’istituzione o meno di tributi e la determinazione delle aliquote rientrano nella indipendente potestà dello Stato.

Nella seconda ipotesi, invece, alla quale sembra si possa ricondurre la proposta di creazione di una no tax area in Calabria e nell’intero Mezzogiorno d’Italia, inevitabile sarebbe il vaglio da parte della Commissione Europea e plausibile la bocciatura per violazione del divieto generale di aiuti di Stato e dei principi sanciti a presidio della libera concorrenza; l’aiuto, concesso dal governo centrale, quand’anche per ipotesi si realizzasse la rinuncia agli aiuti a finalità regionale prefigurata dal Presidente Rubbettino, sarebbe verticale e aprioristico, geograficamente selettivo a vantaggio di una sola parte del territorio di riferimento che è quello nazionale.

Su tali profili l’Italia ha avuto occasione di ragionare nel caso delle Zone Franche Urbane, la cui disciplina originaria, contenuta nella Legge Finanziaria 2007 che riservava la misura al solo Mezzogiorno, è stata modificata proprio in accoglimento delle indicazioni della Direzione Generale Concorrenza della Commissione Europea, che avrebbe considerato distorsivo ed elusivo, e quindi inammissibile, un dispositivo a vantaggio di una sola parte del Paese, peraltro già destinataria di aiuti e fondi strutturali.

E’ doveroso chiedersi, allora, se tra tanto promuovere e discutere, e tanto poco realizzarsi, vi siano davvero e quali siano i margini per l’attuazione di forme articolate di fiscalità differenziata per la crescita economica di ampi territori regionali disagiati e arretrati e durature quanto basta per una ripresa strutturale in termini di occupazione e nuova impresa.

Tra tanti contributi in dottrina e giurisprudenza, viene in soccorso la Corte di Giustizia Europea, che con la nota sentenza C-88/03 del 6 settembre 2006, in materia di fiscalità territoriale agevolata nelle Azzorre, ha segnato una svolta decisiva rispetto alla tradizione sulla selettività delle misure agevolative, abbandonando l’impostazione secondo cui ogni misura riguardante solo una parte del territorio nazionale sarebbe selettiva indipendentemente dall’ente che la adotta e dalla sua autonomia rispetto allo Stato centrale.

La Corte, dettando le coordinate per la fiscalità di vantaggio in ambito comunitario, ha riconosciuto cioè che un governo regionale può legittimamente disporre misure agevolative, applicabili alle imprese situate all’interno del proprio territorio, anche su tributi erariali, a patto che disponga di una potestà che altri enti di pari livello non hanno (secondo Augusto Fantozzi, in “La sentenza della Corte di giustizia C-88/03 e il dibattito sul federalismo fiscale e sulla fiscalità di vantaggio in Italia”, in tale situazione si troverebbero attualmente le regioni a statuto speciale), autonomia istituzionale, decisionale e finanziaria e che, di conseguenza, alla copertura non si provveda con sovvenzioni e trasferimenti da altre regioni o dal governo centrale; tutto ciò ferma restando la possibilità di intervento sulle aliquote, ove concessa entro certi limiti, anche in caso di potestà condivise con altre regioni, come in Italia per l’Irap.

La sentenza reca in verità altri importanti contenuti su cui non si ritiene di dover indugiare in questa sede, ma il passaggio riportato, sia pure con brutale sintesi, è di per sé sufficiente a trarre alcune brevi e conclusive considerazioni, muovendo unicamente dalla centralità del concetto di autonomia.

In attesa della piena attuazione del nuovo Titolo V della Costituzione, e il riferimento è soprattutto all’art. 119, e a lavori non ancora in pieno svolgimento sul federalismo fiscale, è difficilmente ipotizzabile una fiscalità differenziata per una o più regioni, atteso che l’autonomia oggi non è affatto piena e che le imposte sono prevalentemente erariali: solo dal 1° gennaio 2009, per esempio, secondo la Legge Finanziaria 2008, l’Irap sarà istituita con legge regionale ed assumerà natura di tributo proprio delle regioni.

In altri termini, importare tout court il modello irlandese in Calabria o nel Mezzogiorno d’Italia, idea senz’altro suggestiva, può risultare all’atto pratico tecnicamente improbabile, se prima le regioni non si dotano di una ampia autonomia impositiva tale da consentire, in linea con gli orientamenti comunitari e ricorrendone le condizioni, la statuizione di misure agevolative su tributi erariali e se il sistema fiscale, parallelamente, non si incentra su tributi propri delle regioni.

In alternativa, come di fatto avviene in riferimento ai crediti d’imposta e alle Zone Franche Urbane, la fiscalità di vantaggio può trovare solo parziali e limitate applicazioni, adeguatamente motivate, funzionali rispetto a politiche economiche e urbane ma mai generalizzate sul territorio di riferimento regionale.

E’ evidente che il tema non può esaurirsi in poche righe e che tante e varie sono le implicazioni che autorevoli studiosi hanno posto in luce e tentato di risolvere: dal problema delle sovvenzioni in un modello di federalismo fiscale solidale in rapporto alla piena autonomia finanziaria quale presupposto per l’adozione di un sistema fiscale territoriale differenziato e di vantaggio, alle conseguenze della caratterizzazione simmetrica o asimmetrica del sistema sui margini di intervento agevolativi sulle imposte nazionali.

Ma l’auspicio è che le poche e rapide riflessioni svolte contribuiscano a un nuovo approccio al confronto in ambito calabrese e meridionale sia sulla fiscalità di vantaggio che sul federalismo fiscale, legati da un nesso funzionale che rende la prima difficilmente applicabile in assenza del secondo o quantomeno di una forma di autonomia regionale avanzata, entrambi oggetto di dibattiti così animati e all’apparenza interminabili, che forse giungeranno a soluzione solo se affrontati in maniera organica e realistica.

Non ci si può attendere, infatti, che la fiscalità di vantaggio risolva ogni male e, anzi, non si può non considerarla solo parte di un più ampio disegno per la creazione del miglior habitat possibile per le imprese in termini di infrastrutture, servizi, formazione, specializzazione, semplificazione ed efficienza della Pubblica Amministrazione.

Come avvenuto, appunto, in Irlanda.

Pubblicato su Strill.it, quotidiano in tempo reale.

“Federalismo, no tax area? Calabria ‘made in Ireland'”, agosto 2008.

A questo articolo è seguito un breve quanto gradito e proficuo scambio di opinioni, sempre su Strill.it e grazie alla disponibilità del suo Direttore, Giusva Branca.

ringrazio Rocco Iemma per l’attenzione che ha voluto riservare alla mia proposta di istituzione di una No tax area per il Mezzogiorno d’Italia.

Concordo su molte delle cose che egli scrive e in particolare sul fatto che una proposta del genere ha tante e varie implicazioni che meritano tutti i necessari approfondimenti.

Così come ritengo che il nesso fiscalità di vantaggio / federalismo fiscale sia ineludibile e rappresenti la vera chiave di volta per affrontare il problema.

Vorrei solo fare una precisazione e aggiungere altri elementi alla discussione.

La precisazione è che il riferimento all’Irlanda è una semplificazione giornalistica, mentre la mia proposta parlava effettivamente dell’istituzione di una No tax area sull’intero territorio del Mezzogiorno.

Quanto alle obiezioni di carattere costituzionale e comunitario effettivamente opponibili alla detassazione completa del Sud c’è da dire che vale sicuramente la pena provare a superarle.

Una certa interpretazione del quinto comma dell’art. 119 porterebbe a credere che lo Stato possa sussidiare il Sud con maggiori uscite di bilancio ma non prevedere misure che comportino minori entrare, anche perché ciò contrasterebbe con l’articolo 53 che non sembra lasciare spazio a interventi di maggior favore fiscale su base territoriale. Come però ha fatto rilevare uno studio dell’Istituto Bruno Leoni si potrebbe leggere l’articolo 119 in modo estensivo, dando al suo quinto comma un’interpretazione sul lato dell’offerta (riduzione fiscale), oltre che dal lato della domanda (sussidio), considerata la sostanziale equipollenza delle due misure in termini contabili ma la profonda differenza di efficacia e efficienza economica.

Iemma fa poi rilevare giustamente la complessità dell’accettazione della No tax area in seno all’Unione Europea. Anche in questo caso, secondo l’Istituto Bruno Leoni, la questione potrebbe essere superata attraverso una seria azione del governo italiano. Presentando, per esempio, alla Commissione europea e ai paesi membri la misura come una vera e propria “eccezione italiana” sulla falsariga di quella che fu –mutatis mutandis – la battaglia della Thatcher negli anni ’80 e sulla base di una negoziazione  che potrebbe prevedere anche una riduzione dei fondi comunitari alle regioni Obiettivo 1. Penso che anche Bruxelles, in tal caso, non potrebbe non prendere atto della forte volontà politica di affrontare il problema del Mezzogiorno attraverso nuove terapie di forte impatto.

Florindo Rubbettino

ringrazio pubblicamente il Presidente Rubbettino per la risposta al mio scritto dello scorso 28 agosto e per aver arricchito il dibattito di spunti e profili, tecnici e ideali, a mio avviso estremamente interessanti.

Ritengo che le posizioni espresse siano complementari e sempre in questa ottica desidero aggiungere qualche nota a quanto finora emerso.

Semplificazioni giornalistiche a parte, il richiamo al modello irlandese ha ormai assunto valore emblematico e, di tutta evidenza, rappresenta un’ipotesi di fiscalità vantaggiosa stabile, duratura, strutturale. Che diviene, è sistema. E’ su questa base che si innesta il ragionamento sulla complessità tecnico giuridica, oggetto del breve e gradito scambio di idee, e che quindi trova spazio la connessione al grande tema del federalismo fiscale e dell’autonomia regionale, da intendersi quali presupposti, dice bene Florindo Rubbettino, ormai ineludibili.

Dall’altro lato, fondare la proposta di misure agevolative sull’eccezionalità del caso calabrese e meridionale, può invece aprire una via diversa, che è quella della fiscalità di vantaggio, appunto, eccezionale e, in quanto tale, congiunturale, temporanea, ammessa finchè necessario e nel rispetto della libera concorrenza, esattamente come gli aiuti a finalità regionale. In questo secondo caso e in teoria, i margini per una negoziazione in sede comunitaria, o quantomeno per “provarci”, vi sono senz’altro, concordo. Dal rapporto Hokmark in poi, non mancano di certo dalle istituzioni europee i segnali positivi e le aperture, quand’anche solo politiche, sulla fiscalità di vantaggio come forma di aiuto eccezionale ammessa.

In entrambi i casi, ma soprattutto nel secondo, non sfugge la necessità di interventi sul piano dei servizi e delle infrastrutture, affinché nuovi capitali vengano attratti.

Sulla scorta di quanto affermato da tempo da autorevoli studiosi e commentatori, ai quali si devono questo confronto ed altri, e secondo quanto ormai condiviso a più livelli (cito ad esempio, anche per chiarezza, accessibilità e sintesi, Matteo Barbero in “Quale fiscalità di vantaggio per gli enti territoriali italiani?”, 4 ottobre 2006, da http://www.federalismi.it), si può dunque concludere che la scelta è tra queste due diverse impostazioni. O su entrambe in tempi diversi, si può anche immaginare.

L’auspicio è che il dibattito regionale, grazie anche al contributo decisivo degli imprenditori come Florindo Rubbettino, si elevi soprattutto a beneficio della pubblica opinione e della corretta percezione della transizione in atto, lasciando quanto prima il posto all’azione.

Rocco Iemma

la calda estate delle zone franche urbane

2 settembre 2008

L’estate appena trascorsa ha visto scadere i termini per la presentazione delle proposte di individuazione delle Zone Franche Urbane da parte dei Comuni alle Regioni e poi da queste al Ministero dello Sviluppo Economico, previa valutazione della rispondenza ai requisiti di ammissibilità e del grado di priorità.

Non sono mancate dal mondo della politica e da qualche osservatore critiche e confronti, proposte e posizioni, in qualche caso prive di fondamento logico e normativo, che hanno senza dubbio animato il dibattito soprattutto a livello locale.

Molte sono infatti le amministrazioni e molti gli esponenti comunali che hanno lamentato un’ingiusta esclusione ad opera delle Regioni.

Tuttavia, a ben vedere, e sia consentito di evitare un superfluo elenco e di mantenere un tono neutro pur se non tecnico, in molte occasioni polemiche e doglianze sono da ritenersi immotivate.

Si pensi a quelle proposte non ammesse in quanto presentate oltre la data ultima, nota da tempo. O a quelle amministrazioni comunali che, pur non avendone i requisiti, anch’essi noti da tempo, hanno comunque individuato Zone Franche Urbane sul proprio territorio. In qualche caso poi sono state presentate perimetrazioni di aree non contigue e confinanti e selezioni su basi statistiche diverse da quelle prescritte, e ovviamente note da tempo, dal Cipe e dal Dps-Mise.

Da registrare con curiosità, forse anche con ironia, è il rammarico di molti amministratori locali che non hanno potuto proporre una Zona Franca Urbana in quanto, loro malgrado, il tasso di disoccupazione e il disagio socio-economico del proprio Comune non sono così elevati come richiesto.

Non meno importanti sono i casi di esclusione, alcuni clamorosi, in cui però parlare di esclusione non è del tutto esatto, dal momento che la proposta non pare nemmeno essere stata avanzata dal Comune.

E poi vengono le decisioni delle Regioni, salutate come una graduatoria definitiva all’esito di un bando, spesso anzi è proprio questo il vocabolario adottato, mentre invece, sottintesa la rilevanza delle priorità stabilite, ancora nulla si può prevedere sul numero delle Zone Franche Urbane ammesse per ognuna.

A fare da cornice, confusione sullo spirito e sugli scopi del dispositivo, al quale vengono attribuite virtù e funzioni delle quali non v’è traccia nella storia dello stesso né tanto meno nei testi normativi: dalla presunta esenzione da dazi doganali alla pretesa equa ripartizione di fondi tra Città e Province alla quale le Regioni dovrebbero attenersi, come se la proposta non dipendesse esclusivamente dai singoli Comuni, quand’anche tutti vicini, e non riguardasse solo quartieri e circoscrizioni e il loro specifico disagio; dalla asserita rilevanza di requisiti mai previsti dal Cipe e dal Dps-Mise alla infondata attesa che atti e provvedimenti emanati da enti diversi dai Comuni e mai prescritti valgano ai fini dell’individuazione delle Zone Franche Urbane; dall’attribuzione alla misura agevolativa di proprietà di ripresa economica su larga scala, al coinvolgimento delle medie imprese, invece non interessate dal provvedimento.

Frutto di disinformazione o di strategia che sia, di tutto ciò e di altro ancora sono ricche le cronache locali e le pagine web.

Tra queste ultime, peraltro, un completo e accessibile sito del Dipartimento per le Politiche di Sviluppo del Ministero dello Sviluppo Economico, on line da qualche mese, con tutto quel che c’è da sapere e da fare sulle Zone Franche Urbane, a scanso di equivoci e a prevenzione di boutades.

Già.

zone franche urbane, dov’eravamo rimasti?

2 settembre 2008

Terminata la pausa estiva, si torna a discutere di Zone Franche Urbane. Entro qualche settimana dovrebbe infatti svolgersi e concludersi la fase istruttoria presso il Ministero dello Sviluppo Economico, a cui spetterà di valutare le relazioni inoltrate entro il 5 agosto scorso dalle Regioni e sottoporre i progetti all’approvazione del Cipe, che deciderà anche in ordine alla ripartizione delle risorse tra le 18 Zone Franche Urbane, “di norma non più di tre” per Regione secondo la Deliberazione del Cipe n. 5 del 30 gennaio 2008, che saranno ammesse tra quelle proposte. A che punto siamo?

1) Cipe: delibera ai sensi dell’art. 1 comma 342 della L. n. 296/2006, come sostituito dall’art. 2 comma 563 della L. n. 244/2007 (fatto, pubblicata il 6 giugno 2008);

2) Ministero dello Sviluppo Economico: dopo la pubblicazione della delibera del Cipe (vedi punto precedente), definizione delle procedure di presentazione delle proposte da parte delle amministrazioni coinvolte, ai sensi del paragrafo 2 della delibera n 5/2008 del Cipe (fatto, circolare del Dps-Mise del 26 giugno 2008);

3) Comuni interessati: presentazione delle proposte alle Regioni, ai sensi della delibera n. 5/2008 del Cipe (fatto entro il 21 luglio 2008);

4) Ministero dello Sviluppo Economico e Dipartimento per le Politiche di Sviluppo in collaborazione con le Regioni: entro 60 giorni dalla pubblicazione della delibera del Cipe, individuazione delle Zfu da proporre al Cipe per l’ammissione a finanziamento, ai sensi del paragrafo 2 della delibera n 5/2008 del Cipe (fatto in parte, le Regioni hanno ammesso e inoltrato entro il 5 agosto 2008 le proposte al Ministero, che deve ancora pronunciarsi);

5) Ministero dell’Economia e delle Finanze: decreto su limiti, modalità e condizioni delle esenzioni fiscali in Zona Franca Urbana, ai sensi dell’art. 1 comma 341 quater della L. n. 296/2006, introdotto dall’art. 2 comma 562 della L. n. 244/2007, entro 30 giorni dall’entrata in vigore della disposizione (da fare, importante);

6) Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale: decreto su limiti di massimale di retribuzione entro cui applicare l’esonero dal versamento dei contributi sulle retribuzioni da lavoro dipendente previsto dall’art. 1 comma 341 lett. d) della L. n. 296/2006, come sostituito dall’art. 2 comma 562 della L. n. 244/2007, ai sensi dello stesso (da fare, importante);

7) Cipe: delibera recante individuazione e perimetrazione delle Zone Franche Urbane e allocazione delle risorse, ai sensi dell’art. 1 comma 342 della L. n. 296/2006, come sostituito dall’art. 2 comma 563 della L. n. 244/2007, e della delibera n. 5/2008 dello stesso Cipe (attendere prego, vedi punto 4);

8) Commissione Europea: autorizzazione delle misure e del dispositivo ex art. 88 par. 3 del Trattato istitutivo della Comunità Europea, ai sensi dell’art. 1 comma 342 della L. n. 296/2006, come sostituito dall’art. 2 comma 563 della L. n. 244/2007 (attendere prego, decisivo).

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