l’innovazione possibile

17 Luglio 2008

In un articolo apparso sul quotidiano Calabria Ora del 6 luglio 2008, a pagina 28 dell’edizione di Catanzaro, Crotone e Vibo Valentia, Valerio Colaci solleva con forza e comprensibile allarme la questione del negato accesso alla banda larga di buona parte della provincia vibonese, in particolare delle aree più decentrate e interne.

Questione che non può che indurre a qualche preoccupazione, non solo per il destino di intere fasce di popolazione attualmente escluse, in piena era digitale, da modalità di comunicazione e trasmissione , da fonti di studio e di informazione, ma anche per il presente e il futuro prossimo di un’economia di micro, piccole e medie imprese già in sofferenza e che rischiano di pagare ulteriormente e a caro prezzo l’impossibilità di percorrere la via dell’innovazione, dell’internazionalizzazione e dell’abbattimento di costi e tempi: si pensi alle zone industriali e ai relativi comprensori, ai servizi connessi al turismo e all’artigianato.

 

Il problema, in verità, non è certo nuovo a livello nazionale, soprattutto in rapporto a quanto accade nel resto dell’Europa, e la mancata connessione adsl o superiore rappresenta solo uno dei fattori che hanno generato e allargano ogni giorno di più quel digital divide geografico e non solo di cui molti cittadini e molte imprese della Calabria e della provincia di Vibo Valentia sono vittime.

 

Qualche cifra può essere utile a rendere meglio l’idea della gravità della situazione generale e della sua complessità.

 

Secondo il Rapporto del Digital Divide Forum della Commissione Europea, nel gennaio 2005 l’Italia presentava un tasso di penetrazione della banda larga pari appena all’8,5% delle utenze, collocandosi al di sotto della media dell’Europa a 25.

 

La copertura delle aree rurali era inferiore al 40%, mentre la media europea era del 62%, a fronte di casi come quelli della Gran Bretagna, che in dodici mesi passava dal 40% all’80%, e di Belgio, Olanda, Danimarca e Lussemburgo, che già all’epoca erano coperte al 100%.

 

La Relazione della Commissione Europea sui mercati europei delle comunicazioni elettroniche presentata nel marzo del 2008 pone l’Italia al quindicesimo posto su 27, con un tasso di penetrazione del 17,1%, corrispondente a circa 10 milioni di utenti, in crescita ma inferiore alla media europea, che è del 20% rispetto al 16,3% dell’anno precedente, e inferiore ai tassi di Gran Bretagna, Lussemburgo, Francia, Belgio, Danimarca, Olanda, Finlandia e Svezia, che arrivano a punte di penetrazione del 30% nel 2007.

 

Il 30% degli 8 mila Comuni italiani non è raggiunto e nelle zone rurali italiane la penetrazione è di 2/3 inferiore rispetto a quella europea e di molto inferiore a quella che si registra nelle aree urbane.

 

Ancora più di recente, un Rapporto dell’Osservatorio Banda Larga, sia pure alla luce di alcuni rilievi appena confortanti, ha posto l’accento sul ritardo e sui vincoli strutturali dell’Italia, aspetto a più riprese sottolineato da Assinform nei suoi Rapporti, che registrano un trend costantemente negativo degli investimenti.

 

Ma rilevante è anche che ben 14 milioni di famiglie siano prive di connessione veloce, dato da attribuire alla mancata dotazione di infrastrutture, a una scarsa alfabetizzazione informatica e ad una bassa percezione dell’impatto positivo della banda larga, con un uso domestico delle connessioni attraverso telefonia cellulare in aumento e, a ciò correlata, una preminenza della comunicazione privata e dell’informazione passiva su ogni altro tipo di attività on line.

 

Nelle ultime settimane, il Rapporto eGov.Impresa 2008 redatto da Retecamere ha evidenziato, da un lato, una maggiore attenzione delle Pubbliche Amministrazioni verso le potenzialità della digitalizzazione ma dall’altro un grave ritardo nella fornitura di servizi al di là dei contenuti meramente informativi e, soprattutto, un forte divario tra Nord e Sud dell’Italia: solo il 15,4% delle risorse e del contributo medio all’e-government al Sud, contro il 58,7% al Nord.

 

Altri dati interessanti sono quelli che rivelano che appena la metà delle imprese italiane sfrutta i servizi di transazione on line contro il 78%, per esempio, di quelle finlandesi e che appena il 5% dei siti pubblici e il 3% di quelli privati sono rispettosi delle norme in favore dell’accesso agli strumenti informatici e alla rete da parte dei soggetti disabili, come segnalato anche dal CNIPA all’ultimo ForumPA di Roma.

 

Queste cifre, apparentemente disorganiche e certamente non esaustive di un complesso statistico ben più ampio, profondo e variegato in numero di fonti e livello di analisi, compongono nel loro insieme un quadro articolato, nel quale si inserisce il particolare svantaggio in cui versano parte del Mezzogiorno e della Calabria; e non possono non venire in considerazione le difficoltà e le contraddizioni di una fase di evoluzione e di riorganizzazione dell’agire amministrativo in Italia, che ha i suoi passaggi principali nell’auspicata effettività dei diritti del cittadino-impresa nei confronti della Pubblica Amministrazione, nella realizzazione di un federalismo telematico efficiente attraverso il Sistema Pubblico di Connettività e, tra gli altri, nell’abolizione progressiva della carta quale premessa all’informatizzazione integrale di servizi e procedimenti.

 

Ma dato che a nulla di positivo conduce l’attesa messianica dei miracoli del mercato e della tecnica e che la storia recente insegna che non c’è innovazione imponibile dal centro e imposta dal destino, ma solo un’innovazione tecnica sempre più veloce e dinamica alla quale occorre adeguarsi qui ed ora nella norma e nella pratica, cifre ed esperienza quotidiana devono anche indurre a un ribaltamento di prospettiva.

 

A oltre dieci anni dall’affermazione normativa del documento informatico, a tre anni dall’entrata in vigore del Codice dell’Amministrazione Digitale, è forse giunto il momento che la rivoluzione tecnologica e l’innovazione, nei casi in cui di esse non vi sia che la speranza, muovano dal basso.

 

Si deve quindi concordare con Valerio Colaci, quando denuncia la scarsa apertura del mercato che si cela, neanche troppo, dietro la mancata dotazione di banda larga a vaste zone della provincia di Vibo Valentia, ragioni che peraltro il Commissario Europeo Viviane Reding sostiene da anni tanto in riferimento alle dorsali principali quanto in riferimento al local loop, e ancor di più quando invoca l’azione dei Comuni, invitandoli a tutte le necessarie e possibili pressioni.

 

Ma v’è da aggiungere che un intervento esclusivamente politico e di tipo rappresentativo può non essere sufficiente e che i modelli che si affermano sul territorio nazionale possono invece fornire quantomeno uno spunto d’azione agli amministratori delle aree discriminate delle province calabresi.

 

Si pensi all’accordo raggiunto nei giorni scorsi tra Regione Umbria e Telecom, che consentirà una copertura del 92% entro il 2008 e del 100% nel 2009 con il coinvolgimento dei Comuni; oppure ai piani predisposti da regioni come la Toscana, all’avanguardia e per molti versi anticipatrice in materia di innovazione della Pubblica Amministrazione.

 

Si faccia l’esempio, ancora, delle tante iniziative di cooperazione tra amministrazioni diverse che, insieme, a costi ridotti e con maggiore potere contrattuale sono riuscite in varie zone del Paese a far giungere la banda larga fino alle case dei propri cittadini e alle sedi delle proprie imprese, attraverso sistemi di ponti e hot spot.

 

Si valuti la via percorsa dal Trentino-Alto Adige, che solo poche settimane fa ha ottenuto l’autorizzazione della Commissione Europea al finanziamento con fondi pubblici provinciali della copertura delle zone montane, sotto forma di aiuto di Stato e per un ammontare di circa 7 milioni di euro.

 

Il presente, in sintesi, è realisticamente nella cooperazione e nell’investimento pubblico-privato, e soprattutto nello spirito di iniziativa degli enti locali delle periferie.

 

La best practice locale, che già buoni risultati ha prodotto in materia di e-democracy e di e-government anche in Calabria (basti ricordare da ultimo l’avvio di Reggio Calabria Wireless, poi i successi nazionali dei siti del Comune di Catanzaro e della Provincia di Crotone, l’innovativa piattaforma “Cittadini digitali” predisposta dai comuni silani del Pit 12 e altro ancora), offre cioè varie ipotesi operative e opportunità che vanno colte al più presto e prima che il divario digitale sia conclamato e irreversibile.

 

Tanto sul piano nazionale quanto su quello comunitario, con l’attuazione in corso del programma i2010, tralasciando l’enfasi di qualche annuncio e di qualche auspicio, l’attenzione alla diffusione della banda larga quale vero e proprio diritto dei cittadini è massima, al pari della sensibilità verso progetti meritevoli.

 

Dove questo segnale non dovesse giungere, può essere un segnale di senso inverso a prevalere: siano i cittadini a pretendere dalla Pubblica Amministrazione servizi on line e siti internet accessibili e concepiti secondo le norme del Codice dell’Amministrazione Digitale e della Legge Stanca; siano i soggetti economici a trascinare l’innovazione; siano i Comuni e gli altri enti locali ad attivarsi con formule di cooperazione e di finanziamento, con la valorizzazione di competenze e lo studio tecnico e giuridico della fattibilità e mediante accordi con proprietari e fornitori delle infrastrutture e della banda; sia, in conclusione, una rivoluzione culturale, che prenda le mosse dall’acquisita consapevolezza da parte del cittadino-impresa, portatore di un interesse apprezzabile, utente e soggetto di diritti, della convenienza e delle enormi potenzialità offerte da un’innovazione nient’affatto impossibile.

 

In questa ottica, che sia finalmente la stampa locale a tentare di scuotere le coscienze dei più attenti e meglio predisposti, è già di per sé una buona notizia.

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